<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:ymaps="http://api.maps.yahoo.com/Maps/V2/AnnotatedMaps.xsd" >

<channel>
	<title>magzine &#187; Marco Emiliano Castro</title>
	<atom:link href="http://www.magzine.it/author/marco-emiliano-castro/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.magzine.it</link>
	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 23:44:26 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
		<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
		<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.0.35</generator>
	<item>
		<title>Øst-Posten, il giornale aperto al pubblico</title>
		<link>http://www.magzine.it/ost-posten-il-giornale-aperto-al-pubblico/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/ost-posten-il-giornale-aperto-al-pubblico/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 May 2017 13:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=32101</guid>
		<description><![CDATA[Discussioni di gruppo tra giornalisti e &#8220;gente comune&#8221; per affrontare temi riguardanti la società. È questo il progetto dell&#8217;Ostland-Posten, quotidiano norvegese con sede a Larvik. «L&#8217;obiettivo è rendere le persone parte della ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="621" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/pexels-photo-30342.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-photo-30342" /></p><p style="text-align: left;">Discussioni di gruppo tra giornalisti e &#8220;gente comune&#8221; per affrontare temi riguardanti la società. È questo il progetto dell&#8217;<strong>Ostland-Posten, </strong>quotidiano norvegese con sede a Larvik. «L&#8217;obiettivo è rendere le persone parte della comunità e della democrazia, dimostrandoci affidabili come media», ha detto <strong>Marthe Eveline Rosholt</strong>, giornalista del <em>Posten</em>.</p>
<p style="text-align: left;"><mark class='mark mark-yellow'>«Vogliamo creare uno nuovo spazio di dibattito dove ognuno ossaò dire la sua opinione, anche su temi politici, senza essere interrotto».</mark> Finora si sono tenuti due incontri, un terzo è previsto prima dell&#8217;inizio dell&#8217;estate e l&#8217;iniziativa ha avuto un buon successo. Ai politici, finora, è stato vietata la partecipazione, ma potranno intervenire alla prossima sessione. Prima di ogni incontro i giornalisti del quotidiano scrivono articoli sui temi di discussione, per fornire maggiori spunti ai partecipanti.</p>
<h1></h1>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.journalism.co.uk/news/local-paper-%C3%B8stlands-posten-holds-open-meetings-in-its-newsroom-to-create-a-new-scene-for-public-debate/s2/a704432/" target="_blank"><strong>⇒leggi di più su journalism.co.uk</strong></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/ost-posten-il-giornale-aperto-al-pubblico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Amazon cerca video? L&#8217;IRP ne approfitta</title>
		<link>http://www.magzine.it/amazon-cerca-video-lirp-ne-approfitta/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/amazon-cerca-video-lirp-ne-approfitta/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 May 2017 08:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=32014</guid>
		<description><![CDATA[Da quando giganti come Amazon e Netflix hanno cominciato a fare a gara per assicurarsi contenuti video, sono in molti ad averne approfittato, non solo tra le grandi compagnie. Anche l&#8217;università ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="529" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/pexels-photo-274959.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-photo-274959" /></p><p>Da quando giganti come <strong>Amazon</strong> e <strong>Netflix</strong> hanno cominciato a fare a gara per assicurarsi contenuti video, sono in molti ad averne approfittato, non solo tra le grandi compagnie. Anche l&#8217;università di <strong>Berkeley</strong> e il suo nuovo programma di giornalismo investigativo vuole provare a guadagnare qualcosa.</p>
<p>Nel 2015 la scuola di giornalismo dell&#8217;ateneo ha creato l&#8217;<strong>IRP</strong> (l&#8217;Investigative Reporting Productions), <mark class='mark mark-yellow'>una compagnia di produzione senza scopo di lucro, con l&#8217;intento di sviluppare documentari giornalistici originali.</mark>Recentemente l&#8217;organizzazione ha firmato il primo accordo con Amazon, che ha stabilito una clausola per assicurarsi di visionare in esclusiva i prodotti della scuola.</p>
<p>«Per la prima volta da quando il business model del giornalismo è entrato in crisi, c&#8217;è un mercato per la produzione di documentari» ha detto<strong> John Temple</strong>, direttore generale dell&#8217;IPR. «Le grandi compagnie pagano bene, perchè non approfittarne?». L&#8217;accordo inoltre, non sembra avere confini. Amazon ha promesso di distribuire i contenuti anche su altri mercati e non solo in quello nordamericano, dimostrando un interesse anche per i prodotti audio.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.niemanlab.org/2017/05/with-a-big-amazon-streaming-deal-berkeleys-journalism-program-is-building-a-new-revenue-stream/" target="_blank"><strong>⇒leggi di più su Niemanlab</strong></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/amazon-cerca-video-lirp-ne-approfitta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Boston Globe porta i suoi lettori a &#8220;teatro&#8221;</title>
		<link>http://www.magzine.it/il-boston-globe-porta-i-suoi-lettori-a-teatro/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/il-boston-globe-porta-i-suoi-lettori-a-teatro/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 May 2017 07:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=31960</guid>
		<description><![CDATA[A metà tra il giornalismo e la performance teatrale: è questa la nuova sfida del Boston Globe per aumentare le entrate. «Vogliamo giocare sui nostri punti di forza come storyteller e ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="400" height="225" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/vintage_theater_1x-e1495180216716.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="vintage_theater_1x" /></p><p>A metà tra il giornalismo e la performance teatrale: è questa la nuova sfida del <strong>Boston Globe</strong> per aumentare le entrate. «Vogliamo giocare sui nostri punti di forza come storyteller e rappresentanti della nostra città in un modo assolutamente nuovo», ha detto <strong>Scott Helman</strong>, redattore del Globe. In questo modo, giornalisti, fotografi e produttori del quotidiano, attraverso parole, foto e video, metteranno in scena, in tempo reale, i contenuti originali e inediti ai quali lavorano per le diverse edizioni del giornale.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;obiettivo è quello di fornire contenuti con un mezzo leggero come la live performance e cercare di raggiungere un pubblico più giovane di quello che legge le edizioni cartacee.</mark> Helman ha portato nella redazione del Globe un direttore teatrale per aiutare i giornalisti a entrare in confidenza con la performance e a migliorare le tecniche di dizione. La rappresentazione sarà divisa in atti come uno spettacolo vero, alcune parti saranno più serie mentre altre punteranno a divertire il pubblico.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.poynter.org/2017/lights-camera-journalism-the-boston-globes-newest-money-making-scheme-is-a-live-show/460094/?utm_source=Daily+Lab+email+list&amp;utm_campaign=d499bce51c-dailylabemail3&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=0_d68264fd5e-d499bce51c-395984005" target="_blank"><strong>⇒leggi di più su Poynter</strong></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/il-boston-globe-porta-i-suoi-lettori-a-teatro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>The Lawyer, come fare a meno della pubblicità</title>
		<link>http://www.magzine.it/the-lawyer-come-fare-a-meno-della-pubblicita/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/the-lawyer-come-fare-a-meno-della-pubblicita/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 May 2017 10:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=31905</guid>
		<description><![CDATA[La crisi dei ricavi derivanti dalla pubblicità ha fatto sì che gli abbonamenti diventassero una strada allettante per molti giornali. Un esempio virtuoso da questo punto di vista è quello di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="627" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/pexels-photo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="pexels-photo" /></p><p>La crisi dei ricavi derivanti dalla pubblicità ha fatto sì che gli abbonamenti diventassero una strada allettante per molti giornali. Un esempio virtuoso da questo punto di vista è quello di <strong>The Lawyer</strong>. Il magazine che si rivolge a un pubblico di consulenti e avvocati commerciali, di proprietà di <strong>Centaur Media,</strong> ha subito una metamorfosi radicale negli ultimi anni, trasformandosi da settimanale a distribuzione gratuita a mensile a pagamento. Il cambiamento è diventato necessario dopo il crollo del 75% degli introiti pubblicitari, registrato nel 2013.</p>
<p>«Abbiamo fatto una ricerca enorme per provare a capire i bisogni reali del nostro pubblico e abbiamo scoperto che il magazine poteva diventare un servizio di informazione &#8211;  spiega <strong>Steve Newbold</strong>, direttore generale di Centaur. «Lavorando sull&#8217;internazionalizzazione abbiamo capito di poter diventare un leader di mercato in questo settore, senza basarci sui ricavi pubblicitari».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La mossa ha pagato: oggi <em>The Lawyer</em> riincassa circa 2,2 milioni di sterline dagli abbonamenti, circa un terzo delle sue entrate totali.</mark> Il sito è stato organizzato su tre livelli: il primo è completamente libero e offre il 10% dei contenuti. Il secondo mostra un altro 40% di notizie ma richiede una registrazione gratuita. Il resto delle notizie è a pagamento.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.themediabriefing.com/article/how-the-lawyer-implemented-a-high-value-subscriptions-strategy-from-scratch?utm_source=API+Need+to+Know+newsletter" target="_blank"><strong>⇒leggi di più su TheMediaBriefing </strong></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/the-lawyer-come-fare-a-meno-della-pubblicita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Web Journalism: il presente è di iOS, il futuro di Android</title>
		<link>http://www.magzine.it/web-journalism-il-presente-e-di-ios-il-futuro-di-android/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/web-journalism-il-presente-e-di-ios-il-futuro-di-android/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 May 2017 13:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=31828</guid>
		<description><![CDATA[App di alta qualità e tanti sviluppatori che lavorano costantemente per migliorare i dispositivi. È per questo che iOS è il sistema operativo preferito dalla maggior parte dei giornalisti a livello ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="940" height="627" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/mobile-phone-android-apps-phone-163065.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="mobile-phone-android-apps-phone-163065" /></p><p>App di alta qualità e tanti sviluppatori che lavorano costantemente per migliorare i dispositivi. È per questo che iOS è il sistema operativo preferito dalla maggior parte dei giornalisti a livello mondiale. In futuro però, potrebbe non essere più così. Secondo <strong>Elizabeth Mearns</strong>, giornalista della <strong>BBC</strong>, <mark class='mark mark-yellow'>la maggior parte delle persone che vivono in Africa, Asia e Medio Oriente utilizza Android e continuerà a farlo per motivi economici.</mark></p>
<p>«I giornalisti non sono pagati molto nei Paesi in via di sviluppo» spiega la Mearns, che poi analizza una previsione demografica di <strong>Euromonitor International </strong>secondo la quale, entro il 2020, il numero di under 30 in questi continenti sarà superiore alla popolazione dell&#8217;intera Europa. «Sono loro i giornalisti online di domani» afferma la reporter inglese. Entro pochi anni, nella sola Asia sarà attivo il 55% dei dispositivi mobili mondiali, e questi cellulari avranno quasi tutti una versione di Android come sistema operativo.</p>
<p style="text-align: center;"> <a href="https://www.journalism.co.uk/news/is-the-future-of-mobile-journalism-android/s2/a704013/" target="_blank"><strong>⇒leggi di più su journalism.co.uk</strong></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/web-journalism-il-presente-e-di-ios-il-futuro-di-android/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giacomo Goina, maratoneta 42 volte</title>
		<link>http://www.magzine.it/giacomo-goina-maratoneta-42-volte/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/giacomo-goina-maratoneta-42-volte/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 May 2017 10:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=31833</guid>
		<description><![CDATA[Progetta 42 maratone in 42 giorni ma ha già iniziato il cammino. Giacomo Goina, 27enne triestino, è partito dalla sua città natale in direzione Atene. E sta facendo tutto di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1125" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/007_5030014-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="©Ana Blagojevic" /></p><p>Progetta 42 maratone in 42 giorni ma ha già iniziato il cammino. <strong>Giacomo Goina</strong>, 27enne triestino, è partito dalla sua città natale in direzione <strong>Atene</strong>. E sta facendo tutto di corsa.</p>
<p><strong>Giacomo, come procede il viaggio? </strong></p>
<p>Sono arrivato a Tirana. Ho percorso più di 900 km e sono oltre la metà dell&#8217;itinerario programmato. Domani faccio una pausa perché il ginocchio ha cominciato a farmi un po’ male, visto che sono andato un po’ più forte rispetto agli standard. In realtà questa sosta era già preventivata perché oggi è il compleanno di Ana, la ragazza che documenta fotograficamente la mia impresa. Finora ci eravamo fermati solo il settimo giorno, perché ero particolarmente stanco per l’adattamento del corpo, visto che non ero abituato a questo sforzo quotidiano così intenso. Oggi completavo la sedicesima maratona consecutiva.</p>
<p><strong>Come nasce questo progetto?</strong></p>
<p>Il progetto nasce il 28 ottobre, in una giornata come tante. Ero andato a correre con un mio amico. Avevo appena finito l’accademia di danza alla “Paolo Grassi” di Milano, non facevo grandi attività fisiche e stavo perdendo la forma. In quei giorni  Ambrosini, il mio grande idolo, stava per misurarsi con la maratona di New York. L&#8217;ex calciatore, ora runner, raccontava sui social perché corre e perché gli piace farlo. Allora ho pensato alla maratona e poi mi sono detto: «Perché non farne 42 in 42 giorni?»</p>
<p><strong>Prima non correvi, quindi?</strong></p>
<p>No, mai.</p>
<p><strong>Perché hai scelto di andare verso Atene?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>C’è il richiamo all’Olimpiade di cui sono molto appassionato: uno dei miei più grandi sogni sarebbe vincere un oro e sentire l’inno d’Italia.</mark> Mi basterebbe già partecipare ma vincere sarebbe il massimo, a prescindere dalla specialità.</p>
<p><strong>Quanto ti sei allenato per un’impresa del genere?</strong></p>
<p>Ho iniziato il 28 ottobre 2016. A dicembre però sono stato fermo per un infortunio dovuto all’allenamento mal fatto. Inizialmente ho esagerato. Andavo a correre ogni giorno e quando cominci un’impresa del genere ti esalti, rilasci endorfine e ti senti sovraeccitato. Solo che non ti rendi conto di quanto il corpo sta faticando. C’era uno stress eccessivo del corpo anche se io mi sentivo sempre fresco mentalmente.</p>
<p><strong>Ti sei fatto aiutare da qualcuno nella preparazione?</strong></p>
<p>Ho consultato un coach di Foligno, Mattia Longaroni, che successivamente mi ha fornito delle tabelle di allenamento settimanali. Ad ottobre gli avevo chiesto: <span class='quote quote-left header-font'>La mia prima maratona è stata quella da Cividale ad Aquileia, l’Unesco Cities Marathon. Era il 26 marzo.</span> «Se volessi fare 42 maratone in 42 giorni?». Mi ha detto che dovevo diventare anoressico e che le mie articolazioni si sarebbero rovinate. Poi mi ha chiesto se avessi mai corso per 10 km. Ho risposto di no, e mi ha detto di cominciare a esercitarmi. Da gennaio ho iniziato a lavorare sia sulla resistenza che sulla forza. La mia prima maratona è stata quella da Cividale ad Aquileia, l’Unesco Cities Marathon. Era il 26 marzo. Poi ne ho fatte due per raccogliere fondi, una a Milano il 6 aprile e una a Trieste l’8 aprile.</p>
<p><strong>La scelta dell’itinerario come l’hai decisa?</strong></p>
<p>Ho sempre avuto la curiosità di fare un giro nei Balcani. Mi piacciono la loro storia e le terre. Volevo provare a compiere una migrazione al contrario: i miei sono entrambi istriani e sento il fascino del folclore. Quindi ho scelto di attraversare questi Paesi, tra cui il Montenegro e l’Albania che non avevo mai visitato. Volevo vederli dal vivo, non da turista ma da persona che li attraversa.</p>
<div id="attachment_31837" style="width: 704px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/42X42BORNtoRUN_006.jpg"><img class="wp-image-31837" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/42X42BORNtoRUN_006-1024x640.jpg" alt="42x42borntorun_006" width="704" height="440" /></a><p class="wp-caption-text">©Ana Blagojevic</p></div>
<p><strong>Non viaggi da solo, comunque.</strong></p>
<p>No, ci sono Alessandro Sciotto e Ana Blagojevic. Lui è l&#8217;autista, si occupa della logistica e delle spese. Lei fa le foto. È nata a Belgrado e ci è stata molto utile per comunicare. Da solo sarebbe stato molto difficile. Visto che anche gli altri due sono appassionati di corsa (Ana ha corso la maratona di New York nel 2008), è perfetto: l’idea è arrivare ad Atene il 28, prendere un mezzo fino a Maratona e correre tutti insieme i 42 chilometri storici.</p>
<p><strong>Descrivi una tua giornata tipo.</strong></p>
<p>Sveglia alle 7 e colazione entro le 8. Poi mentre Alessandro prepara i bagagli, io faccio un’oretta di esercizi di stretching o yoga che ho appreso all’accademia di danza e qualche massaggio. La partenza è alle 10.30 circa. Sono 5 ore consecutive di corsa. Preferisco non fermarmi mai, senza fare pranzi, così sono a posto per la giornata. Appena arrivo, intorno alle 16, faccio una seconda colazione con latte, cereali e banana e prendo gli integratori. Poi cerchiamo il posto dove dormire, parlando con la gente o usando il wifi dei bar. Alle 20 circa mangiamo e alle 22-22.30 tutti a dormire.</p>
<p><strong>Mentre tu corri gli altri due cosa fanno?</strong></p>
<p>Si spostano per 5-6 km alla volta con la macchina, poi fanno un controllo chiedendomi se voglio acqua o altro e vanno avanti. È <span class='quote quote-left header-font'>La partenza è alle 10.30 circa. Corro per 5 ore senza fermarmi mai, così sono a posto per la giornata.</span>un check per vedere se è tutto a posto. Io viaggio comunque con uno zainetto con sali minerali e gelatine, loro eventualmente mi danno l’acqua in più. Se piove mi danno il k-way o la maglietta di ricambio. La ragazza che fa le foto ogni tanto mi segue con la bici, mentre altre volte entrambi corrono a turno con me per alcuni tratti.</p>
<p><strong>Un viaggio del genere va sostenuto anche dal punto di vista economico.</strong></p>
<p>Ho fatto un crowdfunding online, una raccolta fondi con gli amici a Milano e una a Trieste. Contando che ho trovato uno sponsor e togliendo le spese che ho dovuto sostenere prima di partire, tra macchina, obiettivi per le riprese e abbigliamento, abbiamo un budget che, guarda caso, è di 42 euro al giorno. Una cifra che vale per tutti e tre e serve sia per mangiare che per dormire. Finora ce li siamo fatti bastare.</p>
<p><strong>Hai mai avuto problemi alle frontiere?</strong></p>
<p>Assolutamente no. In Montenegro sono stati molto gentili, hanno cominciato a dirmi cose come “Juventus”, “Olimpia”, “di corsa” o parole simili. La frontiera con l’Albania è la più problematica per questioni di assicurazione e carta verde. Mi hanno chiesto se era la prima volta che entravo nel loro Paese, dove andavo e poi mi hanno augurato “buon viaggio”.</p>
<div id="attachment_31836" style="width: 588px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/011IMG_5374.jpg"><img class="wp-image-31836" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/011IMG_5374-1024x767.jpg" alt="011img_5374" width="588" height="440" /></a><p class="wp-caption-text">©Ana Blagojevic</p></div>
<p><strong>Che rapporto hai con la gente che incontri sulla strada?</strong></p>
<p>Sono tutti molto accoglienti. In Albania, quando li vedi per strada sembra che ti squadrino, poi se li saluti sono contenti e ricambiano. Lì un sacco di persone parlano italiano. Ieri ci siamo fermati in un bar in un posto sperduto e sono arrivate 10 persone. Io ho raccontato della mia impresa, e loro hanno cominciato ad offrirci caffè. Poi abbiamo anche fatto le foto. In Montenegro ci hanno offerto il tè e la birra, con tutte le famiglie dei paesini che venivano lì a vederci per stare insieme. In Croazia c’è un po’ meno ospitalità, ti trattano da turista perché sono abituati.</p>
<p><strong>Finora è stata dura come pensavi?</strong></p>
<p>Non so se pensavo fosse più dura. Il problema ogni tanto <span class='quote quote-left header-font'>Il problema ogni tanto è mentale, fisicamente riesco a reagire bene.</span> è mentale e ci sta che a tratti ti passi un po’ la voglia. Fisicamente riesco a reagire abbastanza, magari ho problemi di vesciche o alle ginocchia, rigidità muscolare ai polpacci però il fisico è la parte minore. I primi giorni faticavo al 18esimo e al 24esimo chilometro, come se avessi una sorta di rifiuto, però era un problema mentale. Altri giorni mi sento in formissima e vado tranquillo.</p>
<p><strong>Mai pensato di tornare indietro?</strong></p>
<p>No. C’è stato un momento in cui, dopo una discussione di gruppo, sono arrivato quasi al punto di voler smontare i bagagli dall’auto e trovare un modo per andare avanti da solo.<br />
L’ho fatto per smuovere gli altri perché so che anche loro hanno un grande desiderio di arrivare in fondo. Io sono molto determinato da quando ho pensato questa cosa. Mi sono ispirato ad altre persone che hanno fatto delle corse consecutive. Ho capito che il nodo cruciale è la testa: se la mente ti dice ok, sposti l’attenzione dai problemi fisici e ti concentri su altro.</p>
<div id="attachment_31839" style="width: 661px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/015a_5040063.jpg"><img class="wp-image-31839" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/015a_5040063-1024x768.jpg" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" width="661" height="496" /></a><p class="wp-caption-text">©Ana Blagojevic</p></div>
<p><strong>A cosa pensi quando corri?</strong></p>
<p>Dipende dalla giornata. A volte ai problemi del viaggio, altre a cosa farò dopo. Penso alle persone che mi supportano, che credono in questo progetto fin dall’inizio, e a quelle che non conoscevo che hanno iniziato a seguirmi tutti i giorni su Facebook. Mi viene da ringraziare mentalmente tutti loro. È come una meditazione. <mark class='mark mark-yellow'>A volte, quando penso troppo al futuro, devio concentrandomi sul momento e per farlo guardo a sinistra sulla linea centrale della strada.</mark> Per riportare la mente al presente. A volte vagare non è utilissimo, dipende se il pensiero ti stimola o ti distrae.</p>
<p><strong>Pensi tu possa fare un’altra esperienza del genere in futuro?</strong></p>
<p>Ci pensavo prima di partire. Avendo abituato il corpo e avendo capito di sentirmi bene praticando attività fisica prolungata, credevo che questo potesse essere una sorta di esperimento da mettere nel “curriculum”, per trasformare l’esperienza in una attività professionale. Però non lo so ancora. Se non trovo lo stimolo come questo difficilmente lo faccio. È un altro pensiero che faccio mentre corro. Vorrei anche allenarmi seriamente in una disciplina olimpica: sembrerà strano, ma sto pensando al pugilato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/giacomo-goina-maratoneta-42-volte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quartiere Sarpi, la Cina meneghina</title>
		<link>http://www.magzine.it/quartiere-sarpi-la-cina-meneghina/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/quartiere-sarpi-la-cina-meneghina/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2017 11:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=30322</guid>
		<description><![CDATA[Il quartiere Sarpi è storicamente riconosciuto come il cuore della comunità cinese a Milano. Eppure, contrariamente a quanto si possa pensare, la maggioranza dei residenti nella zona è italiana. Nel ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/03/IMG-20170316-WA0000.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="img-20170316-wa0000" /></p><p>Il <strong>quartiere Sarpi</strong> è storicamente riconosciuto come il cuore della comunità cinese a Milano. Eppure, contrariamente a quanto si possa pensare, la maggioranza dei residenti nella zona è italiana. Nel Nil, Nucleo Identitario Locale di Sarpi, la percentuale di residenti cinesi si aggira attorno al 15%. «I cinesi sono qui ci sono fin da quando ero bambina, da più di ottant’anni», ricorda la signora Norma, proprietaria dello storico negozio di ottica “Scaccabarozzi”, in via Paolo Sarpi dal 1927. I primi flussi di migranti cinesi a Milano risalgono ai primi anni venti del ‘900, con l’arrivo in città di alcuni nuclei di cittadini provenienti da Parigi, in cerca di sbocchi commerciali per le loro imprese. La maggior parte di loro è originaria dello Zhejiang, provincia sulla costa Est della Cina.  La crescita demografica e imprenditoriale, però, si fa più consistente solo negli anni ’90 con la diffusione della vendita all’ingrosso. <span class='quote quote-left header-font'> Via Sarpi è stato un bacino di utenza per tutta la zona Nord della città, e una delle vie commerciali più frequentate </span> Imprese cinesi proliferano nella zona, incrementando il volume di affari, a scapito dei molti negozi di artigianato che non reggono il passo. Oggi, quella concezione “tradizionale” del commercio, basata sulla vendita al dettaglio, resiste all’inizio di via Sarpi, nel tratto di strada che va da piazza Gramsci all’incrocio con via Lomazzo. L’erboristeria Novetti è uno degli esempi più emblematici. «Il nostro è un negozio di nicchia, in un settore di nicchia», spiega Francesco Novetti, titolare della bottega e presidente dei commercianti italiani della zona, mentre prepara un composto da vendere a una cliente. «Io sono qui dal 1953 e la presenza cinese non è mai stata un problema, piuttosto lo è la merceologia che hanno importato». Come raccontano i commercianti storici della zona, via Sarpi è stato un bacino di utenza per tutta la zona Nord della città, e una delle vie commerciali, insieme a corso Buenos Aires e corso Vercelli, più frequentate da chi veniva dai Paesi della provincia di Milano. La presenza di esercizi commerciali cinesi si è concentrata inizialmente nelle vie laterali, tra via Bramante, via Canonica e via Rosmini. Oggi il fulcro è via Paolo Sarpi. Ristoranti, negozi di elettronica, <em>oriental mall</em> si intervallano in poco più di un chilometro di strada. E anche l’abbigliamento ha subìto un’evoluzione notevole: agli outlet di capi a basso costo si affiancano boutique che vendono i marchi più ricercati della moda occidentale. Jade Boutique, all’angolo con via Lomazzo, è uno di quei negozi che ci si aspetterebbe di trovare in una delle vie del centro. Gestito da cittadini cinesi, è uno dei più prestigiosi della strada. Molte clienti italiane si muovono tra abiti costosi alla ricerca del capo giusto da acquistare.</p>
<div id="attachment_30349" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/03/Schermata-03-2457829-alle-15.33.50.png"><img class="wp-image-30349 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/03/Schermata-03-2457829-alle-15.33.50-300x221.png" alt="schermata-03-2457829-alle-15-33-50" width="300" height="221" /></a><p class="wp-caption-text">©feelinglorenzo, via Instagram</p></div>
<p>Secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio di Milano, a fine 2016, le imprese con titolare cinese attive in Lombardia sono 9.700, su circa 49 mila presenti in Italia. Milano ne conta 5.272, il 54,4% è regionale e il 10,9% italiano. Seguono Brescia, con 1.023 imprese (10,6% lombardo), Mantova con 753 (7,8%) e Bergamo con 644 (6,6%). Lodi (+14,1%), Como (+12,9%) e Lecco (+11,8%) sono i territori in cui i piccoli imprenditori cinesi crescono di più tra 2015 e 2016. <mark class='mark mark-yellow'> Secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio di Milano, a fine 2016, le imprese con titolare cinese attive in Lombardia sono 9.700 </mark> Nel secondo trimestre dell’anno scorso, le attività di servizi di alloggio e ristorazione presenti nel capoluogo lombardo sono 1338. Nella sola via Sarpi, si contano più di venti tra bar e ristoranti. Uno dei più conosciuti è la Ravioleria Sarpi. Nello spazio di soli 15 metri quadrati, «prepariamo più di mille ravioli al giorno», spiega Maria, una delle dipendenti che ha trasformato l’idea del proprietario Hujian Zouh in un successo. Zouh, una laurea all’Università Bocconi, ha saputo creare un business vincente, fondendo capacità imprenditoriali e flessibilità.</p>
<p>«I cinesi sono dei grandi lavoratori e soprattutto sanno orientare le loro vendite in base alle richieste del mercato», spiega Maurizio Italia, uno dei gestori di un negozio di abbigliamento in via Sarpi. «Pensiamo alle cover degli smartphone: quando sono diventate di tendenza loro ne hanno fatto immediatamente un’attività commerciale redditizia. E lo stesso vale per i negozi di elettronica». Quello tecnologico infatti, è l’altro settore di peso in cui i cittadini cinesi  sembrano davvero imbattibili. Il loro segreto sta nel dimezzare i tempi e nel ridurre i costi. Nella Chinatown milanese, il mago delle riparazioni si chiama Johnny. Il suo negozio, in via Giordano Bruno, è un andirivieni di acquirenti italiani e non. <span class='quote quote-left header-font'>La diffidenza che per molto tempo ha portato i milanesi a non acquistare prodotti cinesi si è dissolta </span> «È  la prima volta che vengo qui», racconta un cliente all’uscita del negozio. «Ho sentito il suo nome in giro, ha una certa fama. Ti cambia la batteria del telefono per 40 euro. Se andassi nel negozio specializzato della mia marca di telefono lo lascerei in riparazione per due settimane, spendendo di più. Non posso permettermelo». Insomma, la diffidenza che per molto tempo ha tenuto lontano i milanesi dall’acquistare prodotti cinesi si è progressivamente dissolta. Laura, all’uscita di un salone di bellezza, parla della sua esperienza: «Ho sempre diffidato dai prodotti cinesi, ma da quando mia nipote mi ha convinto a provare non ho più cambiato. Il problema è che le dipendenti parlano pochissimo la nostra lingua, ma per fortuna c’è una persona italiana ad accoglierti». Anche Wang, titolare dell’<em>Orient Store</em> di via Sarpi, conferma questo trend: «Gestisco il negozio dal 1992, vendiamo per lo più oggetti porta-fortuna e statuette tradizionali asiatiche. Da qualche anno gli acquirenti maggiori dei nostri prodotti sono gli italiani»..</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/quartiere-sarpi-la-cina-meneghina/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Da Londra a Trieste: la Grande Guerra a piedi</title>
		<link>http://www.magzine.it/da-londra-a-trieste-la-grande-guerra-a-piedi/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/da-londra-a-trieste-la-grande-guerra-a-piedi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2017 09:31:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=28721</guid>
		<description><![CDATA[Quando si cammina, si cammina con la testa. Non quando si va al supermercato, certo, o si fa un giro in centro. Ma quando si decide di farlo per 20 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4272" height="2848" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Verso-il-Pal-Piccolo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="verso-il-pal-piccolo" /></p><p>Quando si cammina, si cammina con la testa. Non quando si va al supermercato, certo, o si fa un giro in centro. Ma quando si decide di farlo per 20 o 30 chilometri al giorno, per settimane e settimane, allora non ti bastano le scarpe. Servono volontà e motivazione. Questa è la storia di un lungo cammino che ha riportato <strong>Nicolò Giraldi</strong> da Londra a casa sua, a Trieste. 1500 chilometri a piedi alla ricerca di storie di uomini che hanno vissuto e combattuto durante la Prima Guerra Mondiale lungo il fronte occidentale. Un lungo cammino alla riscoperta, anche, delle proprio radici famigliari.</p>
<p><strong>Un lungo percorso, un progetto complesso almeno dal punto di vista logistico. Come è nata l’idea di compiere questo giro a piedi?</strong></p>
<p>Se lavori come freelance in Italia e vuoi riuscire a vendere devi trovare un punto di vista che altri non hanno. Stava per iniziare il centenario della Prima Guerra e tantissime redazioni si sono preparate a confezionare degli speciali sull&#8217;anniversario. Così ho pensato di tornare da Londra a Trieste a piedi, <span class='quote quote-left header-font'> Percorrere migliaia di chilometri a piedi, alla ricerca dei &#8220;custodi&#8221; della Grande Guerra, rappresentava l&#8217;angolazione differente per raccontare questa storia </span> percorrendo migliaia di chilometri alla ricerca delle persone che lavorano al mantenimento della memoria, i &#8220;custodi&#8221; della Grande Guerra: questo è un modo differente e non canonico per raccontare la storia. C’è stata inoltre anche una motivazione emotiva: ho avuto un bisnonno, di cui porto il nome e il cognome, che combatté durante la Prima Guerra Mondiale con la divisa austroungarica, sul fronte orientale. Siccome non l’ho mai conosciuto, ho pensato che con questo viaggio ne avrei onorato la memoria. Ho raccontato il mio viaggio in dieci puntate coprendo un periodo di due mesi e pubblicandole sul Piccolo di Trieste. Poi tutti i racconti hanno dato vita a un libro.</p>
<div id="attachment_28725" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Nonno-Nicolò-Giraldi-primo-in-alto-da-sinistra.jpg"><img class="wp-image-28725" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Nonno-Nicolò-Giraldi-primo-in-alto-da-sinistra-768x1024.jpg" alt="nonno-nicolo-giraldi-primo-in-alto-da-sinistra" width="200" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Il bisnonno di Nicolò, in alto a sinistra</p></div>
<p><strong>Perché non ha scelto di ripercorrere quindi il fronte orientale? E di muoversi a piedi?</strong></p>
<p>Innanzitutto mi trovavo già a Londra e poi il percorso occidentale è più breve. Quello orientale è immenso, va dal Montenegro fino al Baltico, e necessita di almeno quattro mesi di tempo per essere percorso a piedi. Inoltre sul fronte occidentale, compreso quello alpino, c’erano storie e aneddoti che volevo approfondire. <mark class='mark mark-yellow'>E lo volevo fare con la calma e il tempo che hai a disposizione quando ti muovi a piedi: vedi le cose in maniera diversa, hai molto più tempo e procedi con una lentezza che ti permette di riflettere.</mark> Contrariamente ai giornali di oggi che lavorano in tempo reale. La scelta di andare a piedi si può inoltre far risalire alla trilogia di Patrick Leigh Fermor, libri cui sono molto legato, in cui lo scrittore inglese racconta il viaggio da Londra a Costantinopoli. Un viaggio a piedi di due anni. Mi sono preparato al progetto per sette mesi: preparazione fisica, psicologica, organizzativa.</p>
<p><strong>Come ha identificato i luoghi che ha scelto di visitare? Sono stati dettati da un’importanza storica o anche dalla casualità insita nel cammino?</strong></p>
<p>Ci sono luoghi che dovevo assolutamente visitare come Ypres, Verdun, Caporetto e il Lagazuoi sulle Dolomiti, posti dove la Prima Guerra Mondiale si è manifestata con violenza estrema. Poi mi è capitato lungo il percorso di trovare storie che non conoscevo, come quella dei quasi 60mila italiani combattenti sul fronte occidentale tra cui Curzio Malaparte, per coprire le quali mi sono affidato ad una buona dose di improvvisazione. Ciò mi ha permesso di conoscere paesini sconosciuti come Menen, al confine tra Francia e Belgio, a circa 20 chilometri da Lille e a 25 da Ypres. Lì c’è uno dei più grandi cimiteri tedeschi della Prima Guerra, dove sono sepolti circa 45mila caduti. Ci sono poi dei luoghi in cui mi sono dovuto fermare più a lungo di quanto pensassi: a Verdun dovevo stare due notti e tre giorni ma mi son reso conto che avevo bisogno di più tempo per vivere il posto. Verdun è particolare, solo nel 1916 ci sono stati 300mila morti. A Douaumont un grande ossario ospita 130mila vittime mentre nel cimitero sono sepolti 45mila uomini. Significa trovarsi in un luogo che riunisce quasi 200mila caduti:  la terra è bucata; esistono ancora i cartelli coi nomi dei paesi, dei villaggi. Ma i paesi non ci sono più.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Pal-Piccolo-Timau-12.jpg"><img class="alignnone wp-image-28726" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Pal-Piccolo-Timau-12-1024x576.jpg" alt="pal-piccolo-timau-12" width="700" height="394" /></a></p>
<p><strong>Racconta di un fronte occidentale dalla memoria architettonica e paesaggistica molto forte. Immaginavamo invece un luogo intensamente umanizzato, in cui la modernità ha sopraffatto la storia. Non è così, invece.</strong></p>
<p>Ci sono delle aree caratterizzate da una forte antropizzazione che nella maggior parte dei casi ha portato a modificare il territorio, a riassorbirne le ferite. In Italia dopo la guerra, il fascismo puntò a creare un’identità nazionale fondata sul mito della vittoria mutilata, del sacrificio, dei morti. Da qui la monumentalizzazione fascista che ha creato enormi sacrari a Redipuglia, Asiago, Rovereto, sul Pasubio. Sul fronte occidentale la situazione è diversa: i morti sono francesi, inglesi, belgi, tedeschi. Sono tutti Paesi che poi non hanno conosciuto un regime totalitario e che non hanno sentito la necessità di costruire un’identità nazionale sulla Grande Guerra. Il territorio è quindi costellato di piccoli cimiteri che si fondono con la realtà urbana, fanno parte del tessuto cittadino e non sono soffocati dalla presenza dell’uomo. C’è un rapporto continuo tra le persone che vivono il territorio e la loro memoria, cosa che spesso sul nostro fronte non capita di registrare.</p>
<p><strong>Ha incontrato molte persone lungo il viaggio. Quanto ha contato l’improvvisazione?</strong></p>
<p>Molti incontri sono stati organizzati in anticipo. Altri sono stati più casuali. Ricordo ad esempio l’incontro col curatore dell’Inflander Field Museum di Ypres che mi disse che in quello stesso giorno era lì presente un profondo conoscitore delle vicende legate alla Grande Guerra. Non potevo lasciarmelo scappare. Poi, appena entrato in Italia, ricordo il mio arrivo a Fortezza, vicino a Brunico. Avevo un appuntamento con Dario Massimo, paracadutista e giornalista, che mi parlò di un artista della zona che faceva installazioni di arte contemporanea e che aveva realizzato un progetto sulla Prima Guerra Mondiale. Quando il giorno dopo l&#8217;ho incontrato, ho trovato davanti a me un uomo che dava da mangiare alle scolaresche delle patate coltivate in un orto creato con della terra trasportata in loco dal fronte orientale, dicendo: «Ecco, queste sono le stesse patate che hanno mangiato i vostri avi al fronte cento anni fa».<br />
<a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Rievocatori-storici-Grande-Guerra-Virton-2.jpg"><img class="alignnone  wp-image-28771" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Rievocatori-storici-Grande-Guerra-Virton-2-1024x768.jpg" alt="rievocatori-storici-grande-guerra-virton-2" width="400" height="300" /></a><img class="alignnone  wp-image-28771" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Pal-Piccolo-museo-allaperto.jpg" alt="sulla vetta" width="200" height="300" /></p>
<p><strong>Quali sono i posti che più hanno segnato questo cammino?</strong></p>
<p>Innanzitutto il <strong>Kent</strong>. In Inghilterra non ci sono cimiteri militari ma in ogni paese si trova la lista delle persone cadute. Mi ero così segnato i nomi di alcune persone di cui avevo visto la targa per poi ritrovarne la tomba la settimana successiva al fronte. In quel momento si creava un legame, era come ricollegarmi a qualcuno che in qualche modo conoscevo. Un momento emozionante, il silenzio, un pensiero laico a questa persona. C’è poi la parte del fronte occidentale, quella più ricca di avvenimenti. A <strong>Verdun</strong> mi hanno regalato un sacchetto pieno di pezzi di residuati bellici. «Fanne ciò che vuoi, questa è parte della nostra memoria e di quella di questo luogo», mi hanno detto. <span class='quote quote-left header-font'>A Verdun mi hanno regalato un sacchetto pieno di pezzi di residuati bellici. «Fanne ciò che vuoi, questa è parte della nostra memoria e di quella di questo luogo», mi hanno detto.</span> Pensare che una persona che è nata e vissuta a Verdun voglia privarsi di una parte della sua memoria per darla a un camminatore giornalista fa sperare che esistano ancora le basi per parlare di Europa e di rapporti tra le persone. Verdun è un posto pazzesco, in cui le emozioni ti travolgono lasciandoti senza parole. Poi c’è <strong>Caporetto</strong>, una parte della memoria italiana che non raccontiamo volentieri. Dovrebbe diventare una sorta di pellegrinaggio laico per tutte le scuole d’Italia. Il museo privato è molto bello, aperto 365 giorni all’anno, con guide in sette lingue. Noi in Italia siamo convinti del fatto che non si debbano avviare attività economiche o iniziative attorno alla memoria, per non disonorarla. Gli inglesi invece lo fanno e non mi sembra che non siano un popolo patriottico.</p>
<p><strong>I testimoni diretti sono tutti morti. Come sopravvive la memoria?</strong></p>
<p>Cambia molto da Paese a Paese. L’Inghilterra vive la memoria in maniera molto consapevole e intelligent: ha un rapporto che viene mantenuto e tramandato con gli eventi. La Francia è in qualche modo simile, anche se c’è molto più patriottismo nazionalista rispetto all’Inghilterra. Ricordiamo che il nome <em>Grande Guerra</em> deriva da <em>Grande Guerre</em>, perché i francesi l’hanno chiamata così. Con monumenti e manifestazioni pompose per ricordare la vittoria e una sorta di carica ereditaria tramandata da padre in figlio. <mark class='mark mark-yellow'>Ci sono 5mila luoghi dove i giovani volontari spiegano cosa è successo in quel posto, e se succedesse in Italia sarebbero tacciati di nazionalismo.</mark> La Germania è un po’ assente, la popolazione ha una percezione distante, anche perché i luoghi dove si è combattuto sono lontani. In Italia il ricordo varia in funzione del luogo. In Friuli ci sono 18 esperti di siti della Grande Guerra, ciascuno dei quali parla in maniera diversa a seconda della propria esperienza personale e del luogo in cui lavora. L’Alto Adige è legato all’idea dell’invasione italiana, anche a seguito della colonizzazione culturale subita durante il fascismo.</p>
<p><strong>Quali sono state le difficoltà che l’hanno indotta a pensare di smettere, di lasciar perdere?</strong></p>
<p>La stanchezza sicuramente. E tuttavia questo è il bello del camminare. O torni indietro o vai avanti, non ci sono scorciatoie. Solo se sei convinto di quello che stai facendo, se le tue motivazioni sono veramente solide, allora vai avanti. In solitaria è più difficile: sei solo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/da-londra-a-trieste-la-grande-guerra-a-piedi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Trump attacca la Difesa: minaccia all’establishment o strategia da businessman?</title>
		<link>http://www.magzine.it/trump-attacca-la-difesa-minaccia-allestablishment-o-strategia-da-businessman/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/trump-attacca-la-difesa-minaccia-allestablishment-o-strategia-da-businessman/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 13:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=29298</guid>
		<description><![CDATA[“Boeing sta costruendo un nuovo Air Force One per i futuri presidenti degli Stati Uniti, ma i costi sono fuori controllo, oltre i 4 miliardi di dollari. Cancellate l’ordine!”. Così ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="669" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/RT-rump-Plane-MEM-161206_12x5_1600.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="rt-rump-plane-mem-161206_12x5_1600" /></p><p>“Boeing sta costruendo un nuovo Air Force One per i futuri presidenti degli Stati Uniti, ma i costi sono fuori controllo, oltre i 4 miliardi di dollari. Cancellate l’ordine!”. Così Donald Trump <em>twittava</em> il 6 dicembre scorso, commentando polemicamente il contratto stipulato tra la società aerospaziale e il Pentagono. L’appalto del progetto di sostituzione dei due aerei presidenziali, operativi ormai da trent’anni, è stato vinto da Boeing durante il secondo mandato Obama. Il piano prevede la costruzione di due nuovi 747-8, i jet commerciali più veloci al mondo e con le minori emissioni di gas serra. Tuttavia, secondo le stime di Air Force, <mark class='mark mark-yellow'>il costo totale della commessa dovrebbe aggirarsi intorno ai 2,8 miliardi di dollari, spalmati nel periodo fiscale di 5 anni. Insomma, lontano dai 4 sbandierati dal neo-eletto presidente.</mark></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Trump-tweet1.png"><img class="aligncenter wp-image-29302 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Trump-tweet1.png" alt="trump-tweet" width="572" height="302" /></a></p>
<p>La stessa espressione, <em>out of control</em>, fuori controllo, è stata utilizzata sei giorni dopo in un altro <em>tweet</em> al veleno, spedito questa volta a Lockheed Martin. La prima azienda militare degli Stati Uniti ha un fatturato annuo di 45 miliardi, l’80% del quale proviene dal Dipartimento di Difesa americano. L’oggetto della critica erano le spese legate all’espansione della flotta americana degli F-35, i cacciabombardieri di quinta generazione. <mark class='mark mark-yellow'>Si tratta del più costoso programma della storia del Pentagono e prevede un contratto con Lockheed del valore complessivo di 1.500 miliardi di dollari fino al 2070.</mark> Del progetto fanno parte, tra le altre, anche Italia, Giappone, Australia e Regno Unito.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/trumptweet.png"><img class="aligncenter wp-image-29305 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/trumptweet.png" alt="trumptweet" width="517" height="296" /></a></p>
<p>Era dai tempi del discorso di Dwight Eisenhower sul “complesso industrial- militare” che un presidente degli Stati Uniti non si scagliava così duramente contro i colossi della Difesa statunitense. “Solo un popolo allertato e informato potrà costringere a una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare, in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”, sosteneva il 34° presidente. Dal 1945 in poi, l’élite militare ha ottenuto sempre più potere e influenza su Washington, legando i propri interessi personali alla spesa in armi e sicurezza degli Stati Uniti. Nel corso dei decenni la presenza di un nemico sul quale prevalere non ha fatto altro che legittimare questi investimenti: prima la Russia durante la Guerra Fredda, poi l’Iraq di Saddam Hussein. Infine l’odierna lotta contro il terrorismo targato Isis. Secondo un’analisi del SIPRI, l’Istituto di ricerca svedese che rappresenta la fonte di dati più completa e coerente sulla spesa militare globale, nel solo 2015 il Pentagono ha stanziato più di 600 miliardi di dollari, il 4,3% del Pil e più di un terzo del totale mondiale in questo settore.<span class='quote quote-left header-font'>Secondo un’analisi del SIPRI nel solo 2015 il Pentagono ha stanziato più di 600 miliardi di dollari, il 4,3% del Pil e più di un terzo del totale mondiale in questo settore</span> Numeri notevoli, che Trump non ha alcuna intenzione di ridimensionare. La sua unica preoccupazione è quella di massimizzare i profitti riducendo i costi. Un approccio pragmatico che ha già dato i suoi frutti: nell’incontro con il numero uno di Lockheed, Marillyn Hewson, il presidente è riuscito a strappare uno sconto del 7,3% sull’acquisto del prossimo lotto di F-35, garantendo al governo americano un risparmio di oltre 700 milioni di dollari. Boeing  ha precisato che “al momento ha solo un contratto da 170 milioni di dollari per determinare le capacità dei nuovi velivoli” e il suo amministratore delegato, Dennis Muilenburg, ha aggiunto che “la produzione prevedrà comunque costi minori rispetto al piano di Air Force”.</p>
<p>Una riduzione del budget su questi programmi consentirebbe di destinare maggiori fondi per potenziare gli apparati dell’esercito. L’agenda di Trump prevede: un consolidamento della flotta marina, la Us Navy, con una sessantina di nuove navi; un incremento dei battaglioni dei marines di prima linea;  un aumento degli organici dell’esercito con 80mila nuove unità, che riporterebbe gli uomini dell’Us Army ai 540mila effettivi dell’amministrazione Bush. Obiettivi ambiziosi che sono sempre stati tra i punti forti della sua campagna elettorale. <mark class='mark mark-yellow'>Trump, da businessman navigato, sa che non è facile imporre il proprio potere contrattuale in un settore eterogeneo nel quale non sono presenti soltanto Boeing e Lockheed, ma anche aziende come Motorola, General Motors, United Technologies e General Electric per le quali gli appalti della Difesa sono una grossa fonte di guadagno.</mark> Dalla vendita di armi, ad esempio, la somma dei ricavi delle ultime due aziende si aggira intorno ai 16 miliardi di dollari. Senza contare poi gli interessi della CIA, che vorrebbe proseguire la propria agenda geopolitica indipendentemente dalle decisioni che arrivano dalla Casa Bianca.</p>
<p>Ecco perché il presidente, pur essendo capace di azioni imprevedibili, al tavolo delle contrattazioni privilegia la politica del compromesso. E non può essere altrimenti per chi nella sua biografia ha scritto: “gli affari migliori sono quelli in cui ciascuna delle parti ottiene quello che vuole dall’altra”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/trump-attacca-la-difesa-minaccia-allestablishment-o-strategia-da-businessman/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>TRUMP: “AVANTI CON L’OLEODOTTO”, I NATIVI NON CI STANNO</title>
		<link>http://www.magzine.it/trump-avanti-con-loleodotto-i-nativi-non-ci-stanno/</link>
		<comments>http://www.magzine.it/trump-avanti-con-loleodotto-i-nativi-non-ci-stanno/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2017 16:56:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Emiliano Castro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.magzine.it/?p=29217</guid>
		<description><![CDATA[La battaglia tra i nativi americani e i colossi del petrolio continua. Non è bastato il sostegno di star di Hollywood e di veterani dell’esercito, dato che, dopo un primo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4928" height="3280" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/gettyimages-599236808.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="gettyimages-599236808" /></p><p style="text-align: justify;">La battaglia tra i nativi americani e i colossi del petrolio continua. Non è bastato il sostegno di star di Hollywood e di veterani dell’esercito, dato che, dopo un primo blocco imposto da Barack Obama lo scorso dicembre, Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo per la costruzione del Dapl. Anagramma di Dakota Acccess Pipeline, si tratta di un oleodotto lungo più di 1800 chilometri, il cui costo è stimato in circa 3,7 miliardi di dollari e che dovrebbe collegare il North Dakota e l’Iowa, attraversando anche una zona dove vive una delle più numerose e longeve comunità di Sioux.<br />
«Il processo di autorizzazione in questo Paese è diventato un casino» ha commentato il neopresidente giustificando la firma dei permessi dopo due anni di continui tira e molla tra gli ambientalisti, che difendevano la posizione dei Sioux, e i principali finanziatori del progetto, tra cui le compagnie Energy Transfer e Philips 66. Ciò che preoccupa i nativi americani è che l’oleodotto sarebbe costruito sotto il fiume Missouri, con il rischio dunque di inquinarne le acque, fulcro del sostentamento della comunità. La portata dell&#8217;oleodotto, infatti, sarebbe di 450.000 barili al giorno di petrolio, provenienti dalle aree ricche di bakken. Si tratta di petrolio racchiuso in una roccia paleozoica, chiamata appunto bakken, di cui il Nord Dakota è ricco e da cui si può estrarne una grande quantità. Per farlo, però, <mark class='mark mark-yellow'>è necessario ricorrere al fracking, un metodo di estrazione particolarmente invasivo perchè le trivellazioni arrivano molto in profondità, liberando gas e particelle chimiche dalle rocce che rischiano di finire nelle falde acquifere.</mark><br />
La vicenda del Dapl, iniziata nel giugno del 2014 con l’annuncio del progetto, è tornata sotto la luce dei riflettori lo scorso settembre, quando David Archambault, capo della tribù degli Standing Rock Sioux, è stato ricevuto al Consiglio delle Nazioni Unite a Ginevra. “Sono qui oggi – aveva dichiarato Archambault &#8211; perché le compagnie petrolifere stanno causando la deliberata distruzione delle nostre sacre terre».<br />
Dal canto suo, Energy Transfer rivendica che l’oleodotto sia stato progettato per essere uno dei più sicuri e tecnologicamente avanzati del mondo. Secondo un rapporto del Manhattan Institute for Policy Research, inoltre, il Dapl ridurrebbe di molto il traffico via terra relativo al trasporto di petrolio limitando il rischio di incidenti.<br />
Nonostante queste rassicurazioni però, Associated Press riporta un dato allarmante: <mark class='mark mark-yellow'>solo negli ultimi 5 anni, e solo nel Nord Dakota, ci sono stati circa 300 casi di rottura dei tubi del petrolio.</mark> Un po’ per la mobilitazione di enti come Greenpeace e un po’ per la sollevazione popolare, l’ex presidente Obama aveva deciso di imporre un blocco ai lavori. Un gesto simbolico più che effettivo, perché lo stop deciso dalla Casa Bianca non era che un&#8217;interruzione temporanea annunciata nell&#8217;ultimo mese della Presidenza Obama, quando già era nell&#8217;aria che Trump avrebbe potuto accelerare i permessi per la costruzione.<br />
<mark class='mark mark-yellow'>L’area al centro delle proteste è la cosiddetta Sacred Stone e si estende per oltre 5000 chilometri quadrati al confine tra Nord e Sud Dakota. Qui vivono più di 8000 nativi americani ai quali lo Stato federale riconosce la sovranità su queste terre in virtù dei due Trattati di Fort Laramie, siglati nel 1851 e nel 1868.</mark> Il primo stabiliva un riconoscimento reciproco tra i bianchi colonizzatori e le tribù, mentre il secondo assegnava specificatamente ai Sioux alcuni territori, tra cui la zona in cui adesso dovrebbe passare l’oleodotto. Per questo i nativi, supportati da associazioni e dai Verdi di Jill Stein, hanno protestato con forza, fin tanto che, lo scorso novembre, finirono in carcere in 141.<br />
Il Dapl è un affare economico enorme, perché le stime sul petrolio ottenibile con il fracking in Nord Dakota crescono continuamente e i lavori verrebbero buoni alla campagna sull&#8217;occupazione di Trump. Tra il Presidente e le compagnie interessate, poi, ci sono rapporti sospetti. Fino all’estate del 2016, infatti, Donald Trump possedeva azioni nella Energy Transfer Partners per un valore che oscillava fra i 15mila e i 50mila dollari, ma che fino all’anno precedente ammontavano a un valore vicino al milione di dollari. Un discorso analogo vale per la Philipps 66, società dove l’attuale presidente Usa contava tra i 100.000 e i 250.000 dollari in azioni. Trump dice di aver venduto tutto, ma non ci sono prove evidenti a riguardo. C’è dell’altro. L&#8217;amministratore delegato della Energy Transfer, Keley Warren, ha donato 100.000 dollari al tycoon newyorchese durante la campagna elettorale per supportare la sua corsa alla presidenza. Ecco che allora ad inquinare il Missouri, oltre al petrolio, si fa largo anche l&#8217;ombra di un pericoloso conflitto di interessi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.magzine.it/trump-avanti-con-loleodotto-i-nativi-non-ci-stanno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Database Caching 2/16 queries in 0.056 seconds using disk
Object Caching 1412/1562 objects using disk

 Served from: www.magzine.it @ 2026-04-18 14:10:49 by W3 Total Cache -->