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	<title>magzine &#187; Alessandro Sarcinelli</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Nessuno tocchi Milano: la città dice no alla violenza</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2015 09:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Le immagini delle vetrine dei negozi spaccate, delle macchine bruciate, delle centinaia di ragazzi no-Expo incappucciati e vestiti di nero nella giornata del primo di maggio, per l’inaugurazione dell’Esposizione Universale, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1360" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/05/FEDRA-studio-CC-BY-SA-20.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="[© FEDRA studio / CC BY-SA 2.0]" /></p><p>Le immagini delle vetrine dei negozi spaccate, delle macchine bruciate, delle centinaia di ragazzi no-Expo incappucciati e vestiti di nero nella giornata del primo di maggio, per l’inaugurazione dell’Esposizione Universale, sono state trasmesse da tutti i media <em>mainstream</em>. <strong>Francesca</strong>, 24 anni, era in tenda sui monti sopra Colico: la sera ha acceso il suo <em>smartphone</em> e ha scoperto cosa era successo a Milano. <strong>Maria</strong>, 24 anni, stava studiando per un esame e ha seguito la diretta via streaming al computer. <strong>Paolo</strong>, 62 anni, era a casa con la televisione accesa.</p>
<p>Francesca, Maria e Paolo non si conoscono ma, con il passare delle ore, oltre alla rabbia nel vedere la loro città devastata, hanno pensato la stessa cosa: facciamo qualcosa per ripulirla.</p>
<p>Nel frattempo <mark class='mark mark-yellow'>la casella e-mail del Comune veniva riempita di messaggi da persone.</mark> Tutti comuni cittadini, pronti a rimboccarsi le maniche per riconvertire in bellezza la furia dei devastatori. Poi, 20mila milanesi sono scesi in piazza per la manifestazione “Nessuno tocchi Milano”, domenica 3 maggio, una novità assoluta per la città.</p>
<p>Erano giovani, anziani, famiglie, associazioni antigraffiti, boy scout, persone di destra, di sinistra e disinteressate alla politica. Elena, studentessa di giurisprudenza, ne è entusiasta: “Milano quando c’è da rispondere, c’è. Sono rimasta molto colpita dal mio professore di diritto privato che ha deciso di scendere in piazza con il figlio di otto anni. Voleva fargli capire cosa vuol dire essere cittadini”. <strong>Luca Foschi</strong>, consigliere di zona 1, spiega così l’origine dell’iniziativa: “L’esigenza di scendere in piazza dimostra che esiste una città sensibile, disposta a rinunciare a una domenica fuori porta per dovere civico. La cosa bella è che nato tutto dal basso e in modo spontaneo. L’amministrazione comunale ha fornito solo la logistica. Per questo io non voglio neanche chiamarla manifestazione. Non voglio usare un termine che si possa ricondurre a una strategia politica”.<span class='quote quote-left header-font'> «Il mio professore di diritto privato ha deciso di scendere in piazza con il figlio di otto anni. Voleva fargli capire cosa vuol dire essere cittadini»</span></p>
<p>In effetti, non si sono viste bandiere di partito o striscioni, eccetto qualche tricolore. L’unico momento in cui la politica ha fatto capolino è stato quando Claudio Bisio dal palco ha intonato il coro “Ripensaci” per convincere Giuliano Pisapia a ricandidarsi come sindaco.</p>
<p>I milanesi sono scesi in piazza per dimostrare il proprio senso civico e per ripulire le scritte dai muri. È stato un evento sia simbolico che concreto. Non tutti sono riusciti a portare avanti la loro azione di volontariato perché non ci si aspettava una così partecipazione così ampia di cittadini: le spatoline, i guanti e i grembiuli non erano sufficienti. Tra gli obiettivi della manifestazione, qualcuno ha voluto vederci anche una posizione favorevole ad Expo. Paolo ne è convinto: “Tante persone hanno partecipato all’evento solo per senso civico e contro la violenza. Purtroppo una minoranza ha cercato di strumentalizzare l’evento contro i “No Expo” e questo non mi è piaciuto per niente”.</p>
<p>Una disposizione d’animo “pro Expo” è stata sentita particolarmente da chi condanna la violenza ma che, con ben altra tenacia, difende le sue ragioni contro l’esposizione universale: Francesca è una di questi: “Io non mi sono pentita di aver partecipato. Volevo fare un gesto positivo per la mia città. Però, forse in piazza c’era anche lo spirito della Milano conservatrice. Questo ha bloccato tanta gente che la pensa come me. Una buona parte di coloro che hanno partecipato al corteo del primo maggio in forme pacifiche, non ha replicato il 3 maggio ed è un gran peccato”. E quando, nel tardo pomeriggio, Maria e i suoi amici, stanchi dopo aver grattato via scritte dai muri per diverse ore, sono entrati un bar per rilassarsi, e il barista ha chiesto “siete venuti qua perché siete a favore dell’Expo”, Maria ha risposto: “No, siamo qui perché siamo cittadini”.</p>
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		<title>Expo 2015: Milano al cemento</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2015 07:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[È rimasto un cartello: “pubblico macello, mercato carni”. È appoggiato per terra vicino a una sedia. Abbandonato come gli spazi a cui fa riferimento: 800 mila metri quadri di spazio ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/03/Lorenzoclick_CC-BY-NC-2.0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Lorenzoclick / CC BY NC 2.0" /></p><p>È rimasto un cartello: “<strong>pubblico macello, mercato carni”</strong>. È appoggiato per terra vicino a una sedia. Abbandonato come gli spazi a cui fa riferimento: 800 mila metri quadri di spazio pubblico inutilizzato nel cuore di Milano, zona Est. Oltre che all’ex macello, l’area è formata dal terreno in cui sarebbe dovuta sorgere la biblioteca Europea Informazione e Cultura e alcuni spazi dismessi dell’Ortomercato. Solo una piccolissima parte di questa città nella città è stata assegnata temporaneamente a diverse associazioni per le loro attività; il resto è vuoto.</p>
<p>Quest’area è <mark class='mark mark-yellow'>una delle tante potenzialità non sfruttate di Milano; per molti Expo avrebbe potuto essere l’occasione per valorizzarle senza consumare altro terreno.</mark> E, infatti, nel 2011 era nato un progetto per riqualificare l’area dell’ex macello e farla diventare un nuovo polo culturale. “Quella non era solo una proposta urbanistica, era anche un manifesto per un’Expo diffuso e sostenibile, ma è rimasto tutto sulla carta”, spiega <strong>Jacopo Muzio</strong>, architetto milanese referente del progetto. Il futuro dell’area appare incerto e non sembra esserci una strategia per valorizzarla. Anche se Muzio ha un sospetto: “Non vorrei che il terreno sia stato lasciato andare alla deriva volontariamente per farlo abbassare di valore; e poi venderlo al primo operatore privato che presenta un’offerta vantaggiosa”.</p>
<p>Intanto, a pochi chilometri dall’area dell’ex macello, continua <strong>la corsa contro il tempo</strong> per ultimare il sito dell’Expo che sorgerà su un’area grande un milione di metri quadri tra Milano e Rho. Invece di riqualificare un’area già urbanizzata e pubblica si è preferito comprare da un privato un’area agricola. Sul portale ufficiale della manifestazione c’è una sezione interamente dedicata alla sostenibilità in cui si legge: “Realizzare un grande evento ponendo al centro il rispetto per l’ambiente, i territori e le comunità coinvolte”. Tuttavia Andrea Arcidiacono, urbanista del Politecnico di Milano, è convinto che si sia presa un’altra direzione. “Expo mette in gioco un’enorme area agricola che era un suolo permeabile; è stata aggredita e coperta in modo definitivo in un processo di urbanizzazione gigantesco”.</p>
<h3><strong>L’asfalto invade i territori</strong></h3>
<p>Aldilà di questa scelta specifica, negli ultimi anni in tutta Milano si è continuato a sfruttare il territorio. Secondo Ispra (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale), Milano è la seconda città italiana con il più alto consumo di suolo dopo Napoli: 61,7 % dell’intera superficie comunale. Allo stesso tempo è aumentata l’impermeabilizzazione; con questo termine s’intende la copertura permanente di parte del terreno con cemento o asfalto. “Se il suolo viene sigillato, la sua permeabilità è annullata in modo irreversibile. Questo ha degli effetti disastrosi sul territorio ­– spiega Arcidiacono – e il 50% di questo processo è dovuto alla realizzazione di arterie stradali”.<span class='quote quote-left header-font'>Milano è la seconda città italiana con il più alto consumo di suolo dopo Napoli: 61,7 % dell’intera superficie comunale.</span></p>
<p>Un caso emblematico è stata la costruzione di alcuni tratti di collegamento della tangenziale Est esterna. Per realizzarli sono stati consumati circa 360 ettari di territorio della provincia. Di questi 357 sono stati sottratti a terreno naturali, agricoli e aree verdi e solo tre al riutilizzo di spazi già urbanizzati.</p>
<p>Inoltre, si è registrato un aumento del consumo di suolo all’interno di aree protette; al Parco sud di Milano si sono consumati 1042 ettari in 12 anni (97-2009). È il dato più alto tra tutti i parchi lombardi. E a questi si aggiungono altri 2000 ettari consumati nelle aree circostanti.</p>
<div id="attachment_10387" style="width: 1024px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/03/Lorenzoclick2-_-CC-BY-NC-2.0.jpg"><img class="size-large wp-image-10387" src="http://magzine.it/wp-content/uploads/2015/03/Lorenzoclick2-_-CC-BY-NC-2.0-1024x682.jpg" alt="© Lorenzoclick / CC BY-NC 2.0" width="1024" height="682" /></a><p class="wp-caption-text">© Lorenzoclick / CC BY-NC 2.0</p></div>
<h3><strong>Allagamenti e carbonio nell’atmosfera</strong></h3>
<p>Gli effetti di queste trasformazioni sull’ambiente sono diversi. In primo luogo secondo il rapporto 2014 del Crcs (Centro di ricerca sui consumi di suolo) per ogni ettaro urbanizzato si dovranno gestire 3500 litri in più d’acqua. Già adesso in determinate situazioni Milano non ha saputo gestire l’acqua in eccesso. Solo pochi mesi fa, a novembre, le immagini della stazione della metropolitana Garibaldi allagata fecero il giro del web. La maggior parte di questi problemi sono causati dall’innalzamento del livello di falda acquifera degli ultimi 40 anni. Tuttavia, secondo<strong> Andrea Zelioli</strong>, geologo del Comune di Milano, c’è un collegamento tra i frequenti allagamenti e l’aumento della cementificazione: “Fino a pochi anni nella zona Gioia-Garibaldi c’erano spazi e terrapieni drenanti che assorbivano le precipitazioni di forte intensità”.</p>
<p>Oltre alla gestione dell’acqua in eccesso, un eccessivo sfruttamento del territorio può causare anche un aumento dell’inquinamento: i suoli naturali sono, infatti, degli ottimi assorbitori di carbonio; ma se vengono sigillati, enormi quantità di CO2 rimangono nell’atmosfera che quindi peggiora di qualità. “Negli ultimi 10 anni il consumo di suolo ha impedito uno stoccaggio di carbonio pari all’aumento di qualche milione del parco macchine nazionale”, afferma Arcidiacono.</p>
<h3><strong>Il futuro dell’area Expo</strong></h3>
<p>Nonostante ciò, nell’immediato futuro non è prevista un’inversione di tendenza: se nel decennio 99-2009 in Lombardia sono stati urbanizzati 43mila ettari, nel 2014 nei pgt (Piano di Governo del Territorio) di tutti i comuni della regione è stato previsto l’utilizzo di 55mila ettari, con una scadenza di cinque anni, ma più probabilmente realizzato in dieci. Questo accadrà anche perché è più conveniente costruire sui suoli liberi piuttosto che riqualificare quelli già utilizzati e abbandonati. La nuova legge regionale sul consumo di suolo ha aumentato gli oneri di urbanizzazione dal 5% al 30% per l’edificazione sugli spazi liberi. Per <strong>Damiano di Simine</strong>, presidente di Legambiente Lombardia, il costo di questi oneri rimane un disincentivo troppo basso sul totale delle operazioni immobiliari. All’estero esistono politiche molto più stringenti: in Inghilterra una legge nazionale impedisce di fare previsioni di urbanizzazione su suoli liberi se non si è utilizzato il 60% delle aree dismesse.<span class='quote quote-left header-font'>Il problema? È più conveniente costruire sui suoli liberi piuttosto che riqualificare quelli già utilizzati e abbandonati.</span></p>
<p>In Lombardia, come nel resto d’Italia, non esiste una legge simile. <strong>Cristina Arduini</strong>, tecnico ambientale e consigliere Ato (Ufficio d’ambito della provincia di Milano), ha una sua spiegazione: “Si continua a costruire e cementificare perché non c’è lungimiranza. I politici hanno una visione solo nel raggio della durata del proprio incarico. L’ambiente, però, ha tempi lunghissimi”. Sui tempi brevi, invece, molti milanesi si chiedono cosa sarà del sito di Expo dal primo gennaio 2016 in poi. Potrebbe andare verso l’abbandono come tante altre aree milanesi? Secondo Muzio, il rischio c’è: “In quel terreno rimarranno tanti capannoni. E a oggi nessuno sa che fine faranno”.</p>
<p style="text-align: right;"><em> * Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Magzine.it in data 11 marzo 2015. </em></p>
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		<title>Video-inchiesta: viaggio nei centri massaggi “hot” di Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 13:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Entri, chiedi un “massaggio romantico”, paghi in anticipo e il gioco è fatto. In molti dei 300 centri massaggi milanesi funziona così. Se si vuole andare sul sicuro basta scegliere ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2114" height="1247" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/03/thumb-centri-massaggi.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="thumb centri massaggi" /></p><p>Entri, chiedi un <strong>“massaggio romantico”</strong>, paghi in anticipo e il gioco è fatto.</p>
<p>In molti dei <mark class='mark mark-yellow'>300 centri massaggi milanesi</mark> funziona così. Se si vuole andare sul sicuro basta scegliere quelli gestiti da cinesi e con le vetrine oscurate.</p>
<p>Per <strong>50 euro</strong> si ottiene un prestazione sessuale non completa. Se si entra in confidenza con la massaggiatrice, dopo pochi incontri si arriva anche al rapporto completo.</p>
<p>Le ragazze non sono sfruttate, ma loro vita rimane <strong>confinata in quattro mura</strong>: vivono, dormono e mangiano all’interno dei centri massaggi.</p>
<p>Ecco il video, realizzato da Alessandro Sarcinelli:</p>
<p><iframe src="https://player.vimeo.com/video/122406484?color=c41e1b&amp;title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0" width="1920" height="1080" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><a href="https://vimeo.com/122406484">Happy Ending Milanesi</a> from <a href="https://vimeo.com/magzine">magzine.it</a> on <a href="https://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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		<title>Rapporti sulle torture: un metodo globale, dagli Usa alla Francia</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2015 12:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Laura Molinari, Alessandro Sarcinelli, Alessandra Lanza, Silvia Galbiati Una ragazza è legata, nuda, viene maltrattata e picchiata, urla: il suo compagno la sente e viene colpito allo stomaco, alle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1008" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2015/01/Justin-Norman_CC-BY-NC-ND-2.0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Justin Norman / CC BY-NC-ND 2.0" /></p><p><em>di Laura Molinari, Alessandro Sarcinelli, Alessandra Lanza, Silvia Galbiati</em></p>
<p>Una ragazza è legata, nuda, viene maltrattata e picchiata, urla: il suo compagno la sente e viene colpito allo stomaco, alle gambe. <mark class='mark mark-yellow'>Il tutto per ottenere importanti informazioni</mark>. Queste e altre tecniche di tortura, generalmente associate al passato o a feroci dittature, sono state utilizzate anche in paesi democratici nel recente passato: Stati Uniti, Francia e Italia ne hanno fatto uso in contesti storici però molto particolari.</p>
<p>Gli Usa hanno applicato questi metodi dopo l’11 settembre, durante il conflitto in Iraq contro i terroristi di Al Qaeda; la Francia durante la guerra d’Algeria e l’Italia negli anni del terrorismo rosso, subito dopo la morte di Aldo Moro. Si tratta dei <strong>periodi storici più difficili dal secondo dopoguerra</strong> per ognuno dei tre Paesi. Negli Usa Il rapporto sulla tortura reso noto dalla commissione del Senato fa riferimento all’amministrazione Bush dal 2001 al 2009, gli anni del cambiamento radicale della politica estera americana.</p>
<p>L’esercito francese, invece, praticò torture ai danni dei prigionieri nel corso della guerra d’Algeria, il conflitto che tra il 1954 e il 1962 contrappose la madrepatria Francia e gli indipendentisti algerini guidati dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Una guerra feroce conclusa con l&#8217;indipendenza algerina. Il conflitto rappresenta un punto cruciale per la storia della Francia, l’ultimo atto di decolonizzazione del Paese con la quale i francesi persero quella che era considerata più come una provincia che come una colonia, come dimostra la massiccia presenza algerina e musulmana in Francia, oggi più che mai di difficile gestione.</p>
<p>Per quanto riguarda l’Italia sono documentate torture in due periodi diversi degli anni di piombo. Il 9 maggio ’78 venne <strong>ritrovato il cadavere di Aldo Moro</strong>; iniziò un periodo di paura e tensione politica in tutto il paese. Per questo venne costituita una squadra speciale antiterrorismo, capitanata da Nicola Ciocia. Sarà <mark class='mark mark-yellow'>il brigatista Enrico Triaca, il primo a denunciare di essere stato torturato</mark> dalla squadra di Ciocia dopo il suo arresto. Si tornò poi a parlare di tortura all’inizio nell’83, durante il rapimento del generale americano James Lee Dozier. Tutti i brigatisti arrestati furono torturati e grazie alle loro ammissioni il generale fu liberato.</p>
<p>Nonostante i periodi storici differenti, molte tecniche di tortura sono comuni. A partire dal <em>waterboarding</em>, utilizzato contro i terroristi sia in Italia che negli Stati Uniti: si tratta di una forma di annegamento controllato in cui l’acqua invade le vie respiratorie del prigioniero che viene indotto a pensare che la morte sia imminente.</p>
<p>Una forma di tortura utilizzata dai francesi sui prigionieri algerini, ma che compare anche sui documenti italiani e americani, è la <strong>violenza sessuale</strong>: da elettrodi applicati sui genitali, a pinze sui capezzoli, fino alla sevizia vera e propria. Per gli algerini si trattava della tortura peggiore, quasi mai denunciata per via della cultura islamica.</p>
<p>Esistono poi tecniche di tortura tipiche di alcuni Paesi: se nel rapporto Usa emergono la privazione del sonno e l’idratazione rettale, che consentiva il controllo totale dell’individuo, la Francia si concentrava sulla <strong>metodica sparizione di persone</strong>. In quegli anni in Algeria sparirono decine di migliaia di individui, come capiterà anni dopo in Vietnam, e in America Latina. Ma le differenze non si fermano qui. Le istituzioni dei tre paesi hanno avuto un ruolo molto diverso sulle torture perché, come si è già detto, sono state compiute in contesti storici differenti.</p>
<p>Secondo il rapporto della Cia per 4 anni l’allora presidente americano George Bush fu tenuto all’oscuro sui trattamenti riservati ai terroristi. Tuttavia, secondo l’ex vicepresidente Dick Cheney “Bush sapeva quello che doveva sapere sul comportamento della Cia. Quello si doveva fare è stato fatto e lo rifarei adesso”.</p>
<p>Per quanto riguarda la Francia, la tortura durante la guerra d’Algeria divenne un’istituzione dello stato francese. Tra gli accusati risultano non soltanto soldati e poliziotti, ma anche alti ufficiali dell’esercito e magistrati. Soltanto il primo ministro di allora, <strong>Pierre Mendès France,</strong> nel febbraio ‘55 denunciò la barbarie delle forze di polizia in Algeria, ma il suo governo cadde dopo poche dopo. La prima vera inchiesta, sotto il governo di Edgar Faure, fu quella condotta dall’alto funzionario M.Wuillaume. Un profilo basso fu mantenuto anche dai governi di destra e sinistra che si susseguirono negli anni successivi.</p>
<p>Diverso il discorso per quanto riguarda l’Italia. Rispetto agli altri due casi, infatti, le torture vennero eseguite su cittadini italiani, in suolo italiano. Tuttavia è difficile dare una risposta certa sul grado di coinvolgimento delle istituzioni. Di sicuro c’è l’elezione in Parlamento del commissario di Polizia,<strong> Salvatore Genova</strong>; operazione fatta apposta per evitargli il processo. Inoltre quando Genova venne imputato insieme agli altri quattro poliziotti ricevette un documento di origine misteriosa con una falsa ricostruzione dei fatti da sostenere per essere scagionato.</p>
<p>Ma al di là delle responsabilità dei tre Stati, rimangono delle domande. Quanto furono determinanti le torture per gli esiti delle vicende in cui vennero utilizzate? Senza il <em>waterboarding</em> gli Usa sarebbero riusciti lo stesso a catturare Bin Laden? Domande a cui è molto difficile rispondere.</p>
<p>Pare che in Francia le torture ottennero l’effetto contrario, aumentando le fila degli indipendentisti, mentre negli Usa non ottennero reali risultati concreti. Indipendentemente dalle singole vicende, però, <strong>Andrea Saccoman</strong>, storico dell’università Bicocca di Milano, ha una convinzione: “In uno stato di diritto in cui davvero la legge è uguale per tutti non può esistere la tortura neanche per il peggiore dei terroristi”.</p>
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		<title>Più informazione, meno radio: la nuova vita dei podcast</title>
		<link>http://www.magzine.it/podcast-giornalismo/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 12:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[futuro dell'informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La radio ha sette vite. La danno sempre per spacciata, poi risorge. Avrebbe dovuto morire negli anni ’50, surclassata dalla televisione. Poi grazie alla creatività di produttori e deejay, si ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="681" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2014/12/Sergio-Alvarez_CC-BY-NC-SA-2.0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="© Sergio Alvarez / CC BY NC SA 2.0" /></p><p>La radio ha sette vite. La danno sempre per spacciata, poi risorge. Avrebbe dovuto morire negli anni ’50, surclassata dalla televisione. Poi grazie alla creatività di produttori e deejay, si ritagliò un proprio spazio nonostante i pochi soldi a disposizione.</p>
<p>Anche oggi, nell’era della rivoluzione digitale <strong>è in difficoltà</strong>, come d&#8217;altronde lo sono televisioni e giornali cartacei. Tuttavia in America, gli addetti ai lavori stanno studiando nuovi modelli editoriali e di business. Con una convinzione: la radio può recitare un ruolo da protagonista anche nel 21° secolo.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’ancora di salvezza potrebbero essere i podcast</mark>, i file audio scaricabili, in tutto e per tutto simili a un programma radio. Per molto tempo sono stati legati a doppio filo con le radio tradizionali. Ad esempio, chi si perde il proprio programma preferito può riascoltarlo in ogni momento scaricandolo sul sito della stazione.</p>
<p>Ma adesso c’è chi studia come <strong>slegare la realtà nuova da quella vecchia</strong>, rendendo i podcast un prodotto radiofonico autonomo. Un esperimento interessante è stato lanciato dalla piattaforma digitale americana PRX: si chiama <a href="http://www.radiotopia.fm/">Radiotopia</a> ed è un network di radio. La colonna portante è 99% Invisible, un programma di 15 minuti di design e architettura ideato e realizzato da <strong>Roman Mars</strong> (<a href="https://twitter.com/romanmars">@romanmars</a>).<span class='quote quote-right header-font'>Tra i vantaggi le poche barriere all’entrata e i bassi costi di realizzazione. La vera sfida? Creare l&#8217;audience</span></p>
<p>Con oltre 30 milioni di download, è uno dei podcast più apprezzati dal pubblico. Il progetto di Mars ne affianca altri ancora in fase di sviluppo; in questo modo si sta creando un collettivo dove si uniscono forze e conoscenze per la commercializzazione e la realizzazione dei podcast. Per la fase di start-up sono stati stanziati 200mila dollari dalla Knight Foundation.</p>
<p>Uno degli obiettivi principali sarà far crescere l’audience. «Ogni giorno mi faccio la stessa domanda: come faccio ad aumentare i miei ascoltatori? Sono convinto che là fuori ci sia un pubblico molto più grande di quello che siamo riusciti a raggiungere finora» afferma <strong>Jake Shapiro</strong> (<a href="https://twitter.com/jakeshapiro">@jakeshapiro</a>), CEO di PRX. In ogni caso per ora i risultati stanno dando ragione a Radiotopia: nell’ultimo autunno, 99% Invisible ha fatturato 375mila Dollari.</p>
<h2>I vantaggi del podcast</h2>
<p>Rispetto a una radio tradizionale questo modello ha molti vantaggi. In primo luogo ci sono poche barriere all’entrata: i costi di realizzazione sono relativamente ridotti, bastano un buon microfono e un computer con installato Garage Band. Niente, in confronto ai budget milionari necessari per lanciare un programma in una radio terrestre.</p>
<p>Grazie ai bassi costi di realizzazione si può investire sul contenuto cercando <mark class='mark mark-yellow'>intrecciare il giornalismo tradizionale con nuove forme di storytelling.</mark></p>
<p>Inoltre, i podcast possono essere di ogni dimensione e ogni forma. Questo può aiutare a rimodellare il prodotto sulle esigenze dell’ascoltatore ed entrarci in relazione. «Le persone vogliono essere parte del programma e spesso decidono di sostenerti economicamente» afferma Mars. Non è infatti un caso che molti podcast possano andare avanti anche grazie alle donazioni dei fan. «Tuttavia, il momento più difficile arriva ora ed è proprio adesso che bisogna crescere»; a Radiotopia ne sono convinti.</p>
<h2>E in Italia?</h2>
<p>Ma mentre in America tanti professionisti si stanno buttando in nuove avventure radiofoniche in Italia cosa succede? Per ora è calma piatta, progetti come quelli americani non se ne vedono all’orizzonte.</p>
<p>Tuttavia gli ingredienti per uno sviluppo dei podcast ci sono. In primo luogo c’è un aumento della fruizione di contenuti on-demand: dai film su Sky alle canzoni su spotify ormai l’orario non è più un vincolo. Inoltre negli ultimi anni c’è stato un boom nell’acquisto di smartphone, senza precedenti.</p>
<p>Ma c’è di più: l’enorme diffusione di web-radio significa che <mark class='mark mark-yellow'>c’è ancora tanta voglia di fare informazione e intrattenimento senza un supporto visivo.</mark> Soprattutto a livello giovanile, come dimostrano le tante radio universitarie.</p>
<p>Quindi, perché non unire questi elementi e provare a sviluppare dei modelli di business per lo sviluppo dei podcast. Come già scritto, i costi necessari sono abbastanza contenuti. Basta un po’ di creatività. La stessa che ebbero i giovani delle generazione precedente quando negli anni ‘70 fondarono le radio libere.</p>
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		<title>Quale futuro per First look media?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 11:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
		<category><![CDATA[futuro dell'informazione]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="698" height="480" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2014/12/First-Look-Media.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="First-Look-Media" /></p><p><a href="https://firstlook.org/"><strong>First Look Media</strong></a> perde pezzi. Il nuovo progetto di giornalismo digitale nato da un’idea e dai soldi di <strong>Pierre Omidyar </strong>(<a href="https://twitter.com/dogstoevsky">@dogstoevsky</a>), proprietario di eBay, deve fare i conti con una uscita importante: <strong>Matt Taibbi </strong>(<a href="https://twitter.com/mtaibbi">@mtaibbi</a>), il reporter investigativo che per anni aveva raccontato i casi di corruzione tra Wall Street e il potere politico americano, <a href="https://firstlook.org/theintercept/2014/10/30/inside-story-matt-taibbis-departure-first-look-media/">ha infatti deciso di lasciare Racket</a>, il magazine online del gruppo di Omidyar che aveva contribuito a disegnare.</p>
<p>Per chi è interessato al futuro del giornalismo e ai nuovi modelli di business editoriale è <mark class='mark mark-yellow'>una notizia che non può passare inosservata;</mark> perché First Look Media aveva, e ha tuttora, l’ambizione di indicare la strada per chi vuole fare informazione di qualità in modo economicamente sostenibile.</p>
<p>Online dal febbraio scorso, con un obiettivo ben preciso: «Reimmaginare il giornalismo all’epoca del digitale, combinando l’innovazione digitale con il potere del giornalismo che non ha paura di nulla. [&#8230;] Avere come scopo un giornalismo originale e indipendente, approfondito e frutto di un gran lavoro di ricerca, di factchecking e di controllo delle fonti, ma che sia anche ben scritto. Ci guida soprattutto la convinzione che la buona salute di una democrazia sia strettamente legata all’esistenza di un pubblico non solo informato, ma profondamente coinvolto».</p>
<p>L’impresa si basa due pilastri fondamentali: da una parte l’assoluta libertà editoriale e l’indipendenza dei giornalisti. Dall’altra, l’assenza di rigide gerarchie all’interno delle varie redazioni. Con un’investimento non indifferente: <strong>250 milioni di dollari</strong>.<span class='quote quote-left header-font'>Secondo il proprietario di First Look Media, il cambio di rotta non modificherà gli obiettivi a lungo termine</span></p>
<p>Al centro del progetto, oltre all&#8217;ex Taibbi, ci sono due icone del giornalismo indipendente: <strong>Glenn Greenwald </strong>(<a href="https://twitter.com/ggreenwald">@ggreenwald</a>), il reporter che insieme ad Edward Snowden ha svelato come la CIA e l’NSA abbiano utilizzato i dati personali di milioni di persone, e <strong>Laura Poitras</strong>, l’autrice dell’intervista in cui Snowden rivelò di essere la talpa del Datagate.</p>
<p>L’idea iniziale è di un grande contenitore a fare da collettore a diverse riviste digitali. Ma dopo pochi mesi dall’esordio online, nell’agosto 2014 si assiste al primo cambio di strategia. È lo stesso Omidyar ad annunciarlo con un breve comunicato: «Avviamo per i prossimi anni <strong>una fase sperimentale</strong>. Piuttosto che costruire un grande sito, siamo arrivati alla conclusione che avremo un maggiore impatto positivo nel testare più idee facendole poi crescere sulla base di quello che sappiamo imparare strada facendo».</p>
<p>Il proprietario di eBay dichiara che il cambio di rotta non modificherà gli obiettivi a lungo termine: «Qualunque sia la direzione dove ci porteranno i nostri esperimenti, continueremo a investire nei nostri giornalisti sostenendo il loro impegno nel realizzare inchieste coraggiose e basate sui fatti». Sopra a First Look, oggi, campeggia un gigantesco cartello “lavori corso”.</p>
<p>Tuttavia, stando alle notizie provenienti da oltre oceano, questo periodo potrebbe essere già finito o almeno aver perso un pezzo importante. Già, perché l’addio di Taibbi pesa: il suo magzine <strong>Racket</strong> avrebbe dovuto essere la seconda punta di diamante di “First Look media” dopo <a href="The%20Intercept">The Intercept</a> di Glenn Greenwald. In realtà il giornale digitale, rimasto in rampa di lancio per quasi un anno, non ha mai visto la luce. <mark class='mark mark-yellow'>L’abbandono di Taibbi si lascia dietro uno strascico di polemiche e accuse.</mark></p>
<p>Secondo quanto <a href="http://inthesetimes.com/article/17403/reports_from_inside_first_look_media_suggest_that_maybe_silicon_valley_shou">riportato dal magazine online</a><em> In these times,</em> i problemi alla base dell&#8217;allontamento di Taibbi sono molto complessi. Una fonte interna di First Look Media sostiene che la gestione dell’intero progetto è molto confusa, sia per la struttura del sistema che per le sue regole.</p>
<p>Stiamo quindi assistendo all&#8217;inizio del fallimento di una realtà editoriale che avrebbe dovuto indicare la strada verso il futuro del giornalismo? È troppo presto per affermarlo con certezza. Quanto durerà il “<em>burn rate</em>” di First Look, ovvero il tempo necessario per bruciare il capitale investito inizialmente? Molti analisti, negli USA, cominciano a chiederselo.</p>
<p>La nebbia che attualmente aleggia sulla giovane creatura di Omidyar è la stessa che da anni campeggia su tutto l&#8217;orizzonte dell’informazione. La domanda da un milione di dollari rimane una: <mark class='mark mark-yellow'>è possibile realizzare modelli di business in cui si punta esclusivamente alle inchieste e ai contenuti di qualità?</mark> Diversi giornalisti americani hanno abbandonato i loro posti sicuri in testate prestigiose alla ricerca di una risposta. Che, al momento, non è ancora arrivata.</p>
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		<title>Il dodgeball sbarca a Milano. Stavolta Ben Stiller non c&#8217;entra</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jun 2014 07:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="fvp-onload" src="http://www.magzine.it/wp-content/plugins/featured-video-plus/img/playicon.png" alt="Featured Video Play Icon" onload="(function() {('initFeaturedVideoPlus' in this) && ('function' === typeof initFeaturedVideoPlus) && initFeaturedVideoPlus();})();" /></p><p>Tre palloni in campo; da schivare per non essere eliminati o da bloccare per eliminare gli avversari. Il dodgeball, sport reso famoso dall&#8217;omonimo film di Ben Stiller, è appena sbarcato a Milano. Da Giugno a Settembre  si disputa il trofeo &#8220;3, 2, 1, Dodgeball&#8221;. Chiunque inizi a giocare prova una senzazione di déjà vu. Colpa delle tante ore di ginnastica delle elementari passate a giocare a palla prigioniera.</p>
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		<title>Birra e dj: Milano balla al Parco Sempione</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2014 14:54:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<description><![CDATA[Per combattere la noia della solita birra in colonne di San Lorenzo, 10 giovani hanno fondato un&#8217;associazione che propone giovani musicisti e dj emergenti. Ogni martedì, fino all&#8217;8 luglio, nel ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="fvp-onload" src="http://www.magzine.it/wp-content/plugins/featured-video-plus/img/playicon.png" alt="Featured Video Play Icon" onload="(function() {('initFeaturedVideoPlus' in this) && ('function' === typeof initFeaturedVideoPlus) && initFeaturedVideoPlus();})();" /></p><p><span style="color: #404140;">Per combattere la noia della solita birra in colonne di San Lorenzo, 10 giovani hanno fondato un&#8217;associazione che propone giovani musicisti e dj emergenti. Ogni martedì, fino all&#8217;8 luglio, nel cuore di Parco Sempione fanno ballare Milano.</span></p>
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		<title>Gli autisti di Uber: noi, altro che abusivi</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jun 2014 19:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi mesi i rapporti tra tassisti e Uber si sono fatti sempre più tesi. Gli autisti Uber devono difendersi dall&#8217;accusa di essere abusivi:«Paghiamo le tasse, lavoriamo 10 ore al ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="fvp-onload" src="http://www.magzine.it/wp-content/plugins/featured-video-plus/img/playicon.png" alt="Featured Video Play Icon" onload="(function() {('initFeaturedVideoPlus' in this) && ('function' === typeof initFeaturedVideoPlus) && initFeaturedVideoPlus();})();" /></p><p>Negli ultimi mesi i rapporti tra tassisti e Uber si sono fatti sempre più tesi. Gli autisti Uber devono difendersi dall&#8217;accusa di essere abusivi:«Paghiamo le tasse, lavoriamo 10 ore al giorno e abbiamo una clientela diversa rispetto ai taxi».</p>
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		<title>I giovani rom che ce l&#8217;hanno fatta</title>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2014 13:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sarcinelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggi l&#8217;inchiesta multimediale: I giovani rom che ce l&#8217;hanno fatta Un muro non c’è; non serve. La zona 4 anche senza barriere è spaccata in due. Da una parte Viale Molise: ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="750" height="490" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2014/05/cropandscale1600x850xcanscaleupx002-1397216999-50.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="cropandscale~1600x850xcanscaleupx0~02-1397216999-50" /></p><ul>
<li>
<h4>Leggi l&#8217;inchiesta multimediale: <a href="https://giovanirom.creatavist.com/home">I giovani rom che ce l&#8217;hanno fatta</a></h4>
</li>
</ul>
<p style="color: #000000;">Un muro non c’è; non serve. La zona 4 anche senza barriere è spaccata in due. Da una parte Viale Molise: brulica di vita e il traffico scorre rapido tra palazzi privati e case popolari. A tutte le ore del giorno persone di diverse etnie affollano le strade. Dall’altra, l’ortomercato e le fabbriche dismesse, fanno da cornice a una città che sembra abbandonata. Da queste parti vive Francesca.</p>
<p style="color: #000000;">Viene da una famiglia italiana e abita in un campo rom nella periferia sud-est milanese. I suoi antenati erano nomadi, tuttavia Francesca, per la sua vita, non ha in progetto di spostarsi da un luogo all’altro. Ha 14 anni, sta finendo le medie e si è già iscritta alle superiori, istituto professionale di grafica.</p>
<p style="color: #000000;">Nel suo stesso campo e nel medesimo quartiere è cresciuto Daniele; anche lui non si è fermato alla terza media, ma ha studiato in un istituto alberghiero. Ora fa il cuoco a Perugia.</p>
<p style="color: #000000;">Dietro i loro sogni e i loro piccoli successi ci sono delle persone: insegnanti, antropologhe, educatrici che quotidianamente lavorano per dare ai giovani rom le stesse possibilità dei loro compagni. L’istituto comprensivo Grossi da 18 anni promuove progetti d’integrazione. Col tempo è diventata un vero punto di riferimento per la loro scolarizzazione. Oggi 40 bambini rom frequentano con regolarità la scuola. È stato un percorso a tappe; all’inizio ci si è concentrati sull’aumentare la frequenza scolastica degli alunni. In seguito, insegnanti e mediatori culturali hanno lavorato sul passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria.</p>
<p style="color: #000000;">Come Francesca e Daniele anche Denise, durante l’infanzia, ha frequentato questo istituto. Oggi ha 18 anni e sta studiando a una scuola per pasticceri. Ha appena concluso uno stage da Princi, famosa pasticceria del centro di Milano, dove le hanno proposto di tornare a lavorare dopo il diploma. L’esperienza dello stage e della scuola sono servite anche dal punto di vista umano. Si è trovata in un ambiente multietnico e privo di pregiudizi, ha costruito nuove amicizie ed è cresciuta. «Prima avevo anche paura a prendere i mezzi pubblici ed ero più timida. Ora mi muovo da sola e sono più espansiva».</p>
<p style="color: #000000;">Per le ragazze del suo campo Denise è un esempio da seguire. Alcune hanno preso spunto da lei e hanno deciso di iscriversi alle superiori per imparare un mestiere. Altre sono più ambiziose e sognano l&#8217;università. Per tanti, i bambini rom non hanno un futuro fuori dal campo, ma come racconta Paola D’Ambrosio dei Padri Somaschi: «La loro vita non è segnata in partenza, si può guardare avanti».</p>
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