ga9vj7uZC’è nessuno in casa tua adesso?. Il claim di una ditta di vigilanza compare a grandi lettere su un 6×3 illuminato da una luce spettrale nella periferia di una metropoli. È l’immagine con cui Claudio Rizzini apre “Armàti di paura”, una delle mostre fotografiche esposte nell’edizione 2019 del Milano Photofestival (a palazzo Sormani fino al 30 giugno), presentata venerdì 3 maggio al Festival dei Diritti Umani in Triennale. Rizzini, pluripremiato fotoreporter bresciano, ha scelto di esplorare un tema delicato e dai forti riflessi politici: la “corsa alle armi” all’italiana, incoraggiata dalle promesse di difesa senza limiti della Lega. Lo ha fatto partendo non dai fanatici, ma dalle persone normali, dai proletari, gli operai, i pensionati, le casalinghe, che nelle armi trovano il conforto a un’insicurezza che viene dal profondo. La rivoltella e il fucile diventano coperte di Linus, rosari laici da tenere accanto al letto per scacciare i propri demoni, anche se, nei fatti, quelle armi non si avrebbe mai il coraggio di usarla davvero. «La foto è solo il momento finale di un percorso che ho fatto insieme a queste persone, per conoscerle e capire cosa pensano, come vivono e soprattutto cosa temono», dice Rizzini. «Non è stato facile. Tanti hanno rifiutato una volta chiarito loro che sono contrario alla diffusione delle armi. Ma altri hanno capito che il mio scopo non era condannarli, ma  capirli. E allora mi hanno lasciato entrare nelle loro case e nelle loro vite».

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«Fammi vedere la stanza in cui ti senti meno sicuro», ha chiesto a tutti Claudio. Quasi sempre è la camera da letto. Tutte le foto sono in bianco e nero, un linguaggio che – senza il conforto dei colori – enfatizza ancora di più la solitudine. L’ambiente non è mai preparato: si vedono letti sfatti, soggiorni disordinati, avanzi di cibo in tavola. «In televisione le persone armate si vedono solo al6S58uH1w poligono, o comunque in situazioni artefatte – spiega Claudio – io volevo svelarle in contesti più intimi, dove i loro sentimenti potessero emergere in modo naturale. Sono tutte case normali, alcune anche un po’ spoglie, di solito senza oggetti di particolare valore. “Non si sa mai”, è quello che mi hanno detto tutti quando ho chiesto perchè avessero comprato un’arma. Ma uno di loro, un pensionato, mi ha svelato che il fucile lo tiene scarico accanto al letto, e non saprebbe nemmeno usarlo. Non è nient’altro che un feticcio, un simbolo a cui aggrapparsi per scacciare le paure più profonde».

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«Al di là dell’estetica, di questa ricerca mi ha attratto l’idea che ci  sta dietro», dice il critico fotografico Roberto Mutti, curatore del Milano Photofestival. «Rizzini ha dimostrato garbo e capacità di entrare in relazione con gli altri, fondamentale soprattutto quando – come in questo caso – non si condividono affatto i loro pensieri. Qui, però, il fotografo non giudica, ma lascia a ognuno la possibilità di leggere le immagini come preferisce. Come effetto, molti sono portati a guardare i soggetti ritratti con una certa pena, a vederli come vittime di una campagna di terrore giocata sulla loro pelle. La fotografia è il mezzo più adatto a raccontY9uQhFbLare storie come queste perché è democratica: il messaggio arriva nudo, diretto, non filtrato. Però è necessario saper fermarsi su un’immagine, guardarla invece di vederla soltanto. E ogni scatto va contestualizzato, va spiegato. Qui ad esempio c’è un abbraccio. Ma è un abbraccio ambiguo, perchè violentato da una pistola che compare in primo piano. Allora, lui la protegge o la minaccia? Che cosa li lega nel profondo? Quanto stringe quel braccio?».