«Su 90 carceri visitate nel 2019, due terzi non avevano l’acqua calda, ma al Paese non interessa». È con queste parole che Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulle carceri dell’associazione Antigone, descrive le condizioni e la visibilità dei detenuti in Italia. «Il carcere – continua Scandurra – è un contenitore. Il contenuto è l’insieme di enti locali, servizi pubblici, e imprese private che forniscono i servizi essenziali ai detenuti, come l’istruzione e la formazione professionale. Parte di questa società civile che orbita attorno al sistema carcerario, però, è la stessa che s’indigna per il fatto che in prigione ci siano i televisori».

La difficoltà di parlare di pene e processi la percepisce molto chiaramente anche Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone: «Non vediamo rispettare la differenza che c’è tra un imputato, e quindi un presunto innocente, ed un condannato. Non la vediamo rispettare né dai media né tantomeno dalle stesse forze dell’ordine e dal ministero degli Interni, visto che dopo le retate già si dice “presi 30 spacciatori di droga” con tanto di foto appese sul muro dietro al questore che parla. Pratiche come queste non dovrebbero esistere, e noi stiamo lavorando proprio in questi mesi ad una ricerca volta a dimostrare l’influenza che il processo mediatico ha sulla giustizia penale».

È da questa barriera culturale che parte il lavoro diAntigone che, da rivista specializzata che era negli anni Ottanta, dal 1991 è scesa in campo come associazione per la difesa dei diritti dei carcerati, ed oggi conta circa un centinaio di volontari ed uno staff di sei persone che, nella sede di Roma, lavorano per l’ente a tempo pieno. Molte sono le attività svolte da Antigone, e spaziano dalla ricerca accademica all’ambito sportivo. Come racconta la coordinatrice, «innanzitutto siamo un centro di ricerca, perché se vuoi cambiare la realtà prima la devi comprendere bene.Un’altra delle nostre attività caratteristiche è quella del “freedom ombudsman”, ovvero il difensore civico dei detenuti: abbiamo un ufficio composto da giovani avvocati, tutti volontari, che si occupano dei singoli casi. Riceviamo circa 20 segnalazioni a settimana, in genere legate a vicissitudini personali dei detenuti, che spesso si risolvono con una mediazione con l’amministrazione penitenziaria. Sono però capitate denunce anche molto gravi, di violenze e percosse, e in quei casi siamo anche andati a processo costituendoci come parte civile, arrivando anche alla corte europea di Strasburgo».

Tornando però all’attività sul campo svolta d’Antigone, ovvero l’osservatorio sulle carceri, Susanna Marietti spiega: «Dal 1998 il ministero della giustizia ci autorizza annualmente a visitare tutte le carceri italiane, per adulti e per minori». Sono circa un centinaio gli istituti penitenziari visitati dall’associazione ogni anno, sui quali poi Antigone pubblica un report riepilogativo, raccontando le condizioni generali in cui i detenuti devono vivere. Lo scopo dei report, come anche quello dei singoli racconti, scritti o talvolta anche video, è quello di documentare e portare alla luce ingiustizie, soprusi, o anche malfunzionamenti all’interno delle carceri.

Come spiega Alessio Scandurra, però, le amministrazioni penitenziarie non oppongono resistenza a questa narrazione, che spesso vedono invece come un utile strumento per essere a loro volta raccontate:«L’amministrazione penitenziaria non è tenuta a fare il racconto di cosa succeda in carcere, non è il loro lavoro. Se all’inizio erano diffidenti nei nostri confronti, negli anni si è creato un rapporto di fiducia e complicità. Ormai ci conoscono e sanno che raccontiamo le cose in modo oggettivo e non scandalistico. Se delle emergenze sociali vengono sottovalutate dall’opinione pubblica e dal governo e degenerano, l’amministrazione del carcere ne paga sempre le spese. Il nostro portare alla luce i problemi, quindi, fa anche il loro gioco».

È quindi evidente come il lavoro di Antigone non sia solo incentrato sui diritti dei detenuti, ma anche sulla loro visibilità, e in questi termini entra in gioco anche laSocietà Polisportiva Atletico Diritti, squadra di calcio, basket e cricket fondata da Antigone nel 2014 e che, come illustra Susanna Marietti, diventa spesso un ottimo pretesto per parlare di detenuti e prigioni a livello nazionale: « Parlare di carcere non è sempre facile, perché è un tema scomodo e la gente non ne vuole sentir parlare. Se lo si fa però con il pretesto di una partita di calcio è più facile instaurare un dialogo. Per esempio, è venuto ad assistere ad una partita il presidente della Camera Roberto Fico, e l’occasione è servita per parlare di carcere sui giornali».

Quello che si augura la coordinatrice nazionale dell’associazione è quindi d’ottenere, nel tempo, un cambiamento culturale, che possa valorizzare quelle misure di giustizia che meno ledono la dignità dell’individuo e che garantiscono una maggiore percentuale di riabilitazione di chi ha commesso un reato:«Circa 10mila persone sono in carcere con una pena inferiore ai tre anni, e quindi potrebbero andare in affidamento ai servizi sociali, ma non ci vanno. Sarebbe uno strumento da incentivare perché costa meno del carcere e inoltre ha anche un costo sociale inferiore, dato che il tasso di recidiva è più basso per chi fa questo tipo di percorso».