Realizzare un giornalismo di qualità sui social media. Con questo proposito Andy Carvin ha dato il via al suo nuovo progetto Reported.ly – di cui abbiamo già parlato –, sostenuto dal gruppo First Look Media, dell’ex fondatore di eBay Pierre Omidyar. Carvin è divenuto famoso nel 2011, quando ha iniziato a riportare le notizie sulle rivoluzioni della Primavera Araba sul suo profilo Twitter. In pochi mesi il suo esempio è stato imitato da migliaia di blogger e giornalisti, che si sono resi conto delle infinite potenzialità che offrono l’immediatezza e la sintesi dei social per narrare i fatti del mondo. Per ora la redazione di Reported.ly è formata da sei giornalisti, tutti esperti dei 140 caratteri, tra i quali figura un’italiana, Marina Petrillo, ex direttore di Radio Popolare.

Quando e perché hai deciso di creare Reported.ly? reportedly
Lavoravo da sette lunghi anni alla National Public Radio, occupandomi di social media. Un giorno ho deciso che era tempo di cimentarmi in qualcosa di nuovo. Pierre Omidyar, il fondatore di eBay, aveva lanciato da poco un ambizioso progetto, First Look Media. L’iniziativa mi intrigava molto, e così a inizio anno mi sono unito al team e ho iniziato a pensare a lungo sul mio progetto. Sognavo di continuare il lavoro di giornalismo basato sui social media che avevo fatto mentre ero alla Npr, ma volevo pensare più in grande: una vera e propria redazione formata da persone che fossero grandi giornalisti e, al contempo, ottimi gestori di community e social. Così, pochi mesi fa, è iniziata la fase di recruiting, durante la quale ho nominato gli altri cinque che formano l’attuale team di Reported.ly.

Per definire il tuo progetto hai spesso parlato di «native journalism per i social media». Cosa intendi con questa definizione?
La prima volta che ho usato questo termine l’avevo fatto quasi per scherzo. Il mondo dei media statunitensi è completamente fissato sul native advertising. Una delle domande più ricorrenti è: come si possono monetizzare i social media? Moltissime società hanno creato testate con l’unico scopo di condividerle sui social e attirare visualizzazioni per guadagnare. Si tratta spesso di giornalismo molto basso, di una mercificazione delle notizie che non ha niente a che vedere con la vera informazione. Un giorno così ho pensato: invece di usare Facebook e Twitter come contenitori di pubblicità, non è meglio introdurre il giornalismo – e i giornalisti stessi – direttamente nelle community dei social per soddisfare al meglio gli utenti? Da una semplice battuta, insomma, era spuntata un’idea. Per questo motivo ho creato Reported.ly.

Sei diventato famoso per aver raccontato le rivolte della Primavera Araba sul tuo profilo Twitter. Molti parlano di te come il primo Twitter reporter. Ti aspettavi un simile successo?
Non mi piace che mi si chiami Twitter reporter, così come non mi è mai piaciuta la definizione di Twitter revolutions per le rivolte nordafricane. Il punto non è Twitter in sé, ma come è possibile sfruttare i nuovi tipi di connessioni e relazioni instaurate tramite i social media. E non si tratta neppure di una grande novità: è da 30 anni, ormai, che la gente utilizza community online per condividere idee e lavorare. Io stesso ho impiegato questo strumento per creare e diffondere notizie per la prima volta nel lontano 2001, quando creai una mailing list poco dopo l’attacco dell’11 settembre. Io vedo questo nuovo progetto come un ennesimo, evoluto passo avanti nella ricerca di un mezzo nel quale il giornalismo e le community online possono lavorare insieme. «Intuii le potenzialità giornalistiche delle community online nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre».

Pensi che i social network siano destinati a divenire gli spazi privilegiati del giornalismo di domani?
Secondo la mia esperienza, i social diventano strumenti utilissimi di giornalismo come spazio di dibattito tra esperti o quando si sono molti testimoni oculari disposti a informare velocemente il mondo su determinati eventi o questioni. È ovvio che la piattaforma dei social non è adatta a tutte le forme di giornalismo: ad esempio, per quello investigativo, che spesso richiede tempo, discrezione e segretezza.

Nel grande e libero oceano della rete, il compito principale dei nuovi giornalisti sembra essere diventato quello di creare dei filtri, di saper raccontare e dare un senso al flusso delle informazioni, separando le notizie vere da ciò che è falso; una professione che richiede «umiltà, trasparenza» e fedeltà ai fatti, come hai scritto nel manifesto del tuo progetto. Pensi che si stia procedendo in questa direzione? Quali credi che siano i maggiori rischi da evitare?
I giornalisti sono sempre stati dei mediatori di notizie per il pubblico; pensiamo solo alla stessa parola “media”, che ci definisce. Un tempo i giornalisti erano collocati a metà strada tra i fatti e la gente, che voleva avere informazioni su ciò che stava accadendo. Oggi è tutto cambiato: con la nascita di Internet, dei videotelefoni e dei social media, gli eventi sono diventati accessibili per chiunque direttamente dalle fonti, dai testimoni, dai protagonisti di ciò che accade. Per questo i giornalisti non possono più limitarsi a riportare i fatti, ma devono coinvolgere il pubblico in una conversazione onesta e aperta, mettendoli al corrente di ciò che si sa e di cosa è falso o non è ancora stato appurato; devono analizzare i ‘rumors’ e le indiscrezioni – oggi sempre meno distinguibili dalle notizie vere – per interpretarli nei modi e nel contesto giusto per aiutare la gente a non avere una visione distorta di quello che accade, a non perdere la bussola.  «I giornalisti di oggi devono fornire una bussola ai lettori/utenti, coinvolgerli e fargli da guida nel mare di informazioni».

Cosa speri che diventi Reported.ly? Quali sono le vostre prossime mosse?
Nelle prossime settimane ci confronteremo con gli utenti, tramite forum e conversazioni online, per capire cosa si aspettano e cosa vorrebbero vedere nel nostro nuovo progetto di giornalismo. Quando inizieremo il nostro lavoro di reporting, a gennaio, ci focalizzeremo su temi sociali e politici di respiro internazionale – le agitazioni nel Medio Oriente, l’Ucraina, l’immigrazione, i diritti civili negli Stati Uniti, eccetera. A questo punto inizieremo a sperimentare nuovi modi per diffondere e raccontare notizie su questi argomenti. Sono davvero entusiasta, non vedo l’ora di iniziare!