Alina Kalczyńska-Scheiwiller è un’artista del libro. Le sue creazioni grafiche intessono con i testi uno specialissimo dialogo poetico, costruendo esemplari preziosi, architetture di pensiero e di bellezza. Ascoltarla descrivere i suoi libri e ricordare la loro nascita è un po’ come affacciarsi sul laboratorio segreto di una fata e ripercorrere passo passo la genesi di una magia.

Signora Scheiwiller, cos’è un libro d’artista? Come lo presenterebbe a chi non ha mai pensato che un libro può essere un’opera d’arte?

Dagli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta si facevano libri magari ben stampati, ben curati, al cui interno si trovava un’opera originale. E questo era già considerato un libro prezioso. Poi si è cominciato ad accettare che l’artista progettasse il volume già a partire dalla copertina. Da allora anche la scelta del tipografo acquista nuova importanza, perché il tipografo è anche un complice. Le opere accompagnano il testo in un modo abbastanza libero. Non sono più illustrazioni. Si cerca un colore, una forma che possa accompagnare il testo. Il libro è una costruzione. Se si toglie o altera qualcosa, bisogna rivedere l’intero progetto. È un’architettura. Il libro d’artista, visto così, potrebbe essere anche un “libro d’autore”. Io l’ho sperimentato per la prima volta nel 1994 con Sessanta sigilli. L’ho realizzato interamente nel segno della libertà. Ho consultato un artista cinese che è vissuto in Italia per una cinquantina d’anni. Si chiama Ho Kan, un bravo artista, astratto, che conosceva benissimo la calligrafia. Lui ha letto per me i testi dei sigilli cinesi e mi ha permesso di capirne il significato. Io sono stata due volte in Cina. Avevo questa passione per i sigilli già da tempo. Ho Kan ne ha tradotti per me 100. E io ho deciso di trarne un unico testo di auguri per i sessant’anni di Vanni Scheiwiller. Doveva essere una sorpresa, non facevo entrare nessuno nel mio studio. Nessuno doveva capire cosa avevo scritto. Per mio marito ho preparato un segnalibro con l’elenco di tutti i sigilli, in modo che potesse decifrare il testo. Per gli altri restava un libro segreto. Questo per me è un libro d’autore. Molta gente desidera un libro che sia un esemplare unico, ma forse è solo una sorta di snobismo.

Mi aveva incuriosito la dimensione mediterranea del suo lavoro, lontana sia dalla Polonia, sia dalla milanesità…

Prima le mie grafiche erano prevalentemente con il nero. Il colore è una conquista che ho raggiunto qui in Italia. Con questa luce. Dopo la morte di Vanni Scheiwiller ho cominciato a fare libri a Otranto. Io sono Otrantina per scelta. Là, c’è una pace che difficilmente si trova a Milano, questa città per me è molto dispersiva. A Otranto invece mi concentro. Posso intraprendere dei progetti che poi diventano sorprese anche per me. Ho fatto diversi libri ispirati alla Puglia. E anche a Matera, che è un altro luogo che mi affascina molto.

Lei si è anche dedicata a Federico II.

Sì, dopo aver visitato Castel del Monte. Non ho fatto disegni sul posto. Succede di rado perché in viaggio non c’è neanche il tempo. Ho disegnato dopo. Anche sull’onda di ciò che cercavo di sapere sul castello, sulla sua architettura. A Roma c’era una mostra sulla corte di Federico II e questo ha contribuito ad allargare quello che sapevo. Poi, quando Vanni Scheiwiller ha visto il taccuino nel quale avevo raccolto le mie idee tratte da tutti questi elementi, ha trovato i testi di Federico II, e a Parigi anche la musica, ovviamente riscritta, delle ballate. Così ho costruito il libro. I disegni sono fatti con la tecnica della serigrafia perché il volume doveva essere stampato in 250 copie circa, come strenna per la banca Credito Italiano. Sopra l’ immagine fatta da me c’era una citazione dal De arte venandi cum avibus di Federico II. Ci si avvicinava molto all’atmosfera di quel mondo.

 Alina Kalczynska, Diario di Otranto IV, Otranto 1995, esemplare unico, acquarello, collage.


Alina Kalczynska, “Diario di Otranto IV”, Otranto 1995, esemplare unico, acquarello, collage.

Per tornare all’Europa orientale, mi aveva incuriosito molto il suo lavoro su Gogol’.

Si trattava di un libro che ho stampato dopo la morte di Vanni. L’avevamo già cominciato insieme ed era rimasto incompiuto. La traduzione del testo era di un giovane, Clemente Rebora, che grazie a un’amica russa era entrato in contatto con questo libro di Gogol’. È come un sogno che lo scrittore, non ancora ventenne, fa dell’Italia, Paese che allora non conosceva. È l’idea dell’Italia, della sua luce che cattura tutti. Gogol’ è poi venuto effettivamente in Italia, anni dopo. E il fascino che subiva era immutato. Durante il suo viaggio disegnava le architetture e studiava la calligrafia latina. Il libro abbraccia questo passaggio dal sogno alla realtà. In copertina campeggiano archi tipici dell’architettura italiana, il testo è sia in cirillico sia in italiano e in una pagina, come attraverso un rosone, si vede una luce. Un colore leggero, quasi trasparente. E ci sono autografi, sia di Rebora, sia di Gogol’, sui risvolti del libro, come in un dialogo ideale.

Come sceglie tecnica e materiale da impiegare di volta in volta? È una suggestione?

Anche. Ma spesso si parte dall’esperienza. Io sono arrivata a Milano come xilografa. Ho fatto una mostra a Milano nel 1978. Allora ho conosciuto Vanni Scheiwiller. A questa mostra ho dovuto portare anche grandi matrici di legno. Perché la gallerista, la signora Lyda Levi, era interessata anche all’aspetto artigianale dell’arte. Quando ho conosciuto Vanni e mi sono trasferita a Milano dopo il nostro matrimonio a Cracovia, ho continuato con la tecnica che conoscevo molto bene. Ma cominciavano a emergere cambiamenti: è sparito il nero. Nelle mie stampe di xilografia sono entrati il colore e la sfumatura. Qui la sfumatura non si usava. Richiede molto più tempo che inchiostrare solo con il nero. Non potevo contare su aiuti, quindi stampavo nel mio studio. Il processo è laborioso: la carta non dev’essere né bagnata né asciutta, per poter accogliere il colore. Io inchiostravo in modo che il colore fosse già sfumato sul rullo, che non doveva spostarsi, ma muoversi come su un binario, per impedire che i colori si mischiassero. Naturalmente la scelta dipende anche molto dal contenuto del testo. Io cominciavo a progettare la copertina in modo che corrispondesse alla grafica che avevo scelto. Per una sfumatura, per una scia di luce. Così il progetto era più omogeneo.

Come si è sviluppato il suo lavoro sulle opere di Alda Merini?

Mio marito la conosceva perché l’ultimo libro che aveva stampato suo padre era una scelta di poetesse e c’era anche lei, quindi Vanni diceva di avere ereditato dal padre questa autrice. Io ho fatto due sue opere. Una è un libro-oggetto, con un manoscritto originale. Si chiama Lettere e io ho fatto in modo che chi guarda questa composizione non abbia bisogno di leggere il titolo: il pensiero dell’osservatore diventava il titolo. Al centro c’era un pezzo di cristallo sfaccettato, e dietro c’era scritto Merini. Così il nome si vedeva in un modo particolare e questo mi piaceva perché corrispondeva alla personalità dell’autrice che era un po’ speciale. L’altro testo è Un poeta rimanga sempre solo, del 1996, in 300 esemplari. Serigrafia a colori. Anche questo, una strenna per una banca. “Per una sfumatura, per una scia di luce”

E Wisława Szymborska? Per lei era un po’ la voce di casa?

Sì, più leggi la sua poesia, più ti diventa cara. Ci si affeziona. Io ho le mie preferite, quelle brevi che amo molto. E ho proposto alla signora Szymborska di fare un libro in due copie, uno per lei e uno per me. E lei mi ha lasciato scegliere le poesie che prediligevo. Io ho programmato il libro, sapendo come e dove si sarebbero posizionati i manoscritti; è stato confezionato da me. Un po’ un procedimento al contrario.

A proposito di Gustaw Herling. Lei ha frequentato anche la famiglia Croce?

Ho conosciuto la signora Lidia Croce. Herling l’ho incontrato una volta che è venuto a Milano. Lui è stato pubblicato da Vanni Scheiwiller. E ha scritto la prefazione al catalogo della mostra sulle edizioni per bibliofili pubblicate da Vanni Scheiwiller ed esposte alla Biblioteca Nazionale di Varsavia nel 1994. Ho conosciuto poi anche la figlia Marta Herling a una premiazione all’ambasciata polacca a Roma durante la quale entrambe dovevamo ricevere il Benemerito della Cultura Gloria Artis da parte del Ministero della Cultura ed Eredità Nazionali di Polonia. Ho poi tradotto il frammento di Un mondo a parte e gliel’ho mandato per chiederle se andava bene, dato che avevo notato che c’erano delle discrepanze con la versione italiana che era stata pubblicata. L’intero archivio di Gustaw Herling-Grudzinski è stato ordinato da due studiose della Biblioteca Nazionale di Varsavia e portato là. Due anni di lavoro. Probabilmente la signora Herling ha tutte le copie. Lui è considerato uno dei più grandi scrittori del Paese.

Le chiederei qualcosa a partire dalla tesi di laurea di suo marito. Era su Savinio. Mi domandavo se tra voi discutevate di arte.

Sì, perché in qualche modo io ho portato la cultura polacca. Vanni ne è diventato subito un entusiasta. È venuto in Polonia ventiquattro volte. E ogni volta c’era la visita a un artista, c’erano nuove conoscenze. E la ricerca di autori da pubblicare dopo Czesław Miłosz e Zbigniew Herbert, quest’ultimo un grande poeta molto impegnato politicamente e socialmente. Durante i nostri soggiorni in Polonia si leggeva molto, io cercavo di tradurre.

Com’era lavorare così in simbiosi?

Era una cosa bellissima, straordinaria. Io avevo studiato all’Accademia di Belle Arti conseguendo il diploma sia di xilografia, sia di grafica del libro. Ma sapevo poco della cultura italiana. Il mio primo viaggio in Italia risaliva al 1966, con l’autostop. Ma era una continua scoperta, è così quando non si vive fin dall’infanzia in un Paese, immersi nella sua cultura. Il legame della famiglia Scheiwiller con l’editoria invece è antico. Il padre di Vanni, Giovanni, ha iniziato a lavorare stabilmente alla Hoepli dal 1916, diventando poi direttore generale a partire dal 1941.

Secondo lei questo tipo di editoria così raffinata ha una prospettiva futura? C’è ancora la sensibilità per apprezzarlo?

Non so quanto i libri di artista siano ricercati nelle biblioteche italiane. In Polonia c’è questo interesse. Anche in Francia. Il libro d’artista nasce là, con Vollard che pubblicava libri firmati per intero dall’artista. In questo senso là c’è una tradizione.

Lei non ha mai lavorato per il teatro?

Io no, ma mia sorella sì. Vive a Toronto, ed è una brava scenografa. Si chiama Teresa Przybylski. Prima si è diplomata in architettura, e poi in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Cracovia.

Signora, lei al momento sta lavorando a un progetto in particolare?

Sono stata molto presa dalla mostra. Ma mi sto curando di un frammento di Sbarbaro che amo molto. “I suoi usignoli, dice Socrate, la comunità dovrebbe manterli a pinòli. Vero; Ma canterebbero ancora?e per farli cantare, la comunità non li accecherebbe?” (Camillo Sbarbaro, Fuochi fatui, 1940-45, ndr.) Mi è sempre piaciuto, sarà il mio prossimo libro.

Il destino di essere accecati affinché cantino è un po’ il rischio che corrono anche gli artisti?

Sì, infatti, è proprio così.