Alessandro Giuliano è il figlio di Boris Giuliano, leggendario capo della Squadra mobile di Palermo ucciso in un agguato mafioso il 21 luglio 1979. Ha avviato la sua carriera all’interno delle Forze di polizia nel 1990, iniziando a lavorare nelle volanti milanesi. Negli ultimi anni ha diretto la Squadra mobile di Padova e quella di Venezia, dopo un passaggio a Roma e Napoli. Dal 2009 è capo della Squadra mobile di Milano.


Che cosa rappresenta l’assegnazione dell’Ambrogino d’Oro?

«Ricevere l’Ambrogino d’Oro rappresenta per me un grandissimo onore, tanto più che non sono milanese. Quindi mi inorgoglisce due volte».

La sua carriera investigativa è costellata di successi, dall’arresto del serial killer Michele Profeta al recente blitz contro la gang dei latinos Barrios 18, colpevole dell’aggressione a colpi di machete di un capotreno. Inchieste molto diverse tra loro, ma stesso risultato positivo. Ha un metodo di conduzione delle indagini?
«Direi di no. Ho sempre avuto la fortuna di dirigere gruppi investigativi eccezionali. La medaglia d’oro, massima benemerenza del Comune di Milano, sarebbe da condividere idealmente con tutti i miei collaboratori. Un direttore d’orchestra non può fare un concerto da solo».

In passato ha diretto le Squadre mobili di Padova e Venezia, dopo un passaggio a Roma e Napoli. Quali differenze ha riscontrato nelle diverse aree metropolitane?
«Ho diretto la Squadra mobile di Padova e quella di Venezia; poi ho lavorato, con incarichi meno importanti, sia a Roma che presso la questura di Napoli. Naturalmente ogni città è diversa dall’altra. Siamo un unico Paese, ma ogni realtà locale presenta delle peculiarità che si riflettono anche nella repressione dei reati. Il nostro lavoro – e anche il nostro ambiente – è lo specchio dei nostri tempi italiani».

Considerando in particolare Napoli, dove la Camorra è un elemento costitutivo della società, ha riscontrato maggiori difficoltà nello svolgimento delle indagini?
«Ci sono delle grandi differenze, ma devo dire onestamente che anche a Napoli ho trovato degli operatori eccezionali».

Lei ha un vissuto difficile alle spalle. La scelta di diventare poliziotto è stata sentita più come reazione all’omicidio di suo padre, Boris Giuliano, o come eredità professionale?
«Non è stata una reazione, ma non si può dire che quanto accaduto sia stato ininfluente. Di questo argomento, però, non parlo volentieri».