IMG_E5143Aperto nel 1911 da Carlo Mainini col nome di Fiaschetteria Bottiglieria Ponte di Brera, il Jamaica occupa un posto speciale nella storia di Milano, in particolare dal secondo dopoguerra ad oggi: da qui sono passate personalità eccezionali del mondo dell’arte, della letteratura e dello spettacolo. Piero Manzoni ci faceva tappa, uscendoci spesso conciato molto male, di ritorno da un concerto jazz o dopo le sessioni di lavoro nel suo studio; Luciano Bianciardi dedicò al locale una breve apparizione ne La vita agra ribattezzandolo per l’occasione Bar delle Antille; certe sere in sala pranzo era possibile sentire un buffo duo esibirsi alla chitarra: tal Jannacci e un certo Gaberščik. La scapigliatura è di casa qui, prego accomodarsi.

A dispetto dell’aria sacrale attribuitagli dal mito, il luogo è raccolto, fedele a se stesso, felicemente demodé. I camerieri servono ai tavoli sistemando sotto i piatti tovagliette di carta con al centro stampato un disegno: un pittore con il pollice infilato nella tavolozza dei colori seduto dentro una bottiglia di vetro. Chiedo di parlare con la proprietaria, una signora dietro il bancone intenta a chiacchierare con un cliente. Arrivata al mio tavolo, Micaela Mainini, terza generazione di fila alla guida del Jamaica, appare come la donna che è: cordiale, energica, perennemente indaffarata.

«La Brera di allora – mi spiega – era un quartiere molto diverso da quello di oggi, frutto della riqualificazione cominciata negli anni Settanta: povero, pieno di atelier, formato da case popolari e abitato da artigiani e operai».«La fortuna del Jamaica – continua – è dovuta all’insieme di più fattori: la posizione di crocevia tra il Corriere della Sera, l’Accademia delle Belle Arti e la Pinacoteca di Brera ha avuto la sua importanza, ma a fare la differenza sono stati soprattutto il clima di convivialità tra gli avventori – tutti giovani talentuosi e squattrinati – e l’ospitalità della mia famiglia, da cui sono stati trattati come figli». Le piace ricordare il padre, Elio, come un mecenate sempre pronto a puntare su quei ragazzi: «Ogni qualvolta qualche pittore sconosciuto veniva a proporgli un quadro, lo comprava per poi rivenderlo quando le quotazioni cominciavano a salire e coi ricavi acquistava altri dipinti: era un modo per promuoverli». Quando le chiedo cosa abbia comportato per lei crescere in quella che in città è considerata un’istituzione, mi risponde: «Non ho realizzato subito cosa significasse, ma quando è successo ho provato un grande orgoglio». E sul futuro: «Ha idea di quante offerte mi hanno fatto per rilevare il locale? Potrei accettare e guadagnarci un bel po’ di soldi, ma non ci penso per niente. Per me la storia va preservata».