La rivalità tra Stato Islamico e Taleban non ha fine in Afghanistan. Questa gara di forza per il controllo del territorio ha avuto inizio tre anni fa, quando lo Stato Islamico ha conquistato la zona orientale del Paese costringendo così i Taleban ad una reazione militare. Da allora a pagarne le conseguenze è la popolazione civile: secondo il rapporto della Missione delle Nazioni Unite di assistenza al Paese (Unama), in collaborazione con l’Ufficio dell’Onu per i Diritti umane, sono 10.453 le vittime civili nel 2017, di cui 3.438 morti e 7.015 feriti.

Oggi gli scontri più violenti sono quelli tra i Taleban della vecchia guardia del jihad afghano e i ribelli della “provincia di Khorasan”, la branca locale di Abu Bakr al-Baghdadi.Altre fazioni, invece, ritengono controproducente combattere un altro gruppo jihadista quando tutte le forze dovrebbero concentrarsi nel colpire il governo di Kabul e le forze di occupazione americana. Sta di fatto, però, che gli attentati del mese di gennaio hanno riacceso i riflettori sul conflitto: il 4 gennaio un kamikaze, in un attacco poi rivendicato dall’Isis, si è fatto esplodere vicino a poliziotti e manifestanti, causando 13 morti e 25 feriti; il 20 gennaio un commando composto da sei Taleban ha assaltato l’hotel Intercontinental, in un’operazione durata svariate ore e che ha provocato decine di vittime; di cui molte straniere; il 25 gennaio l’Isis torna a colpire, stavolta a Jalalabad, il bersaglio è la sede di Save The Children. Il bilancio è di sei vittime e ventisette feriti. L’ong ha poi annunciato la sospensione delle sue attività nel Paese. L’ultimo attacco, quello avvenuto il 27 gennaio, è stato quello che ha provocato il più alto numero di vittime: 95 morti e 163 feriti. Un’autobomba mascherata da ambulanza è stata fatta esplodere nella zona delle ambasciate di Kabul, attacco poi rivendicato dai talebani.

Vittorio Parsi: «Questo conflitto inoltre si gioca anche sul piano internazionale. Il disimpegno dell’Occidente è ormai evidente: mancano truppe di supporto e un adeguato controllo aereo»

«La nuova ondata di attentati in Afghanistan è legata sia a fattori interni che a fattori internazionali. Dal punto di vista interno è ancora forte il conflitto tra gli insorgenti di organizzazioni che si rifanno ai talebani e i combattenti dell’Isis. In più, l’attuale amministrazione, seppur migliore rispetto a quella di Karzai, non semplifica le cose. Resta, infatti, alto il tasso di corruzione», spiega Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Aseri. «Questo conflitto inoltre si gioca anche sul piano internazionale. Il disimpegno dell’Occidente è ormai evidente: mancano truppe di supporto e un adeguato controllo aereo. Tutti fattori che favoriscono i ribelli. Proprio per questa mancanza di appoggio militare da parte dell’Occidente non definirei il teatro bellico afghano il “nuovo Vietnam”, ciò che, invece, ha recentemente affermato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.  Ad oggi gli unici veri sostenitori esterni alla guerra contro gli insorgenti sono solo i sauditi e i pakistani».

Seppur non si possa definire un “nuovo Vietnam”, il conflitto tra Occidente e le forze militari afghane sembra essere una guerra senza fine. È forse la guerra più lunga mai combattuta nella storia degli Stati Uniti e la più costosa dopo quella in Iraq. Una guerra lunga e mai vinta. Non si vede una fine: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha esteso,infatti, per un altro anno il mandato della Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama). Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Pajhwok a Kabul, il Consiglio, durante la sessione dedicata alla crisi afghana, ha anche votato positivamente la piena assunzione da parte del governo afghano della responsabilità della propria sicurezza nazionale, della governance e dello sviluppo.

«Per porre fine al conflitto servirebbe soprattutto un’operazione politica che cerchi di eliminare il caos tra le tante forze militari. Esattamente ciò che stanno facendo oggi le ong presenti sul territorio afghano. Proprio per questo motivo, gli insorgenti, che invece si servono del caos per imporre il loro controllo del territorio, le hanno prese di mira bombardando i loro centri ospedalieri», conclude il professore Parsi.