Quando si parla d’acqua anche in Italia occorre riflettere sul precario stato di salute del servizio idrico e più in generale sul preoccupante momento di siccità che anche il nostro Paese sta attraversando. L’inverno appena trascorso è stato uno dei più secchi degli ultimi anni, con scarse precipitazioni che hanno provocato conseguenze negative soprattutto sui fiumi e sui laghi del Nord Italia. Ma il dibattito intorno all’acqua non riguarda soltanto le difficoltà che si possono riscontrare nel reperimento di un bene di vitale importanza per l’uomo. Un tema sempre attuale è quello della gestione del servizio idrico, che presenta ancora oggi un rebus complicato da risolvere.

Nel 2011, con il referendum abrogativo che aveva stabilito il parere contrario del popolo italiano rispetto alla “privatizzazione dell’acqua”, i gruppi sostenitori dell’acqua pubblica si erano illusi che qualcosa sarebbe presto cambiato. Ma l’esito referendario, nonostante abbia valore vincolante, non ha prodotto gli effetti sperati. A distanza di otto anni ci troviamo ancora in una fase di stallo che non accenna a sbloccarsi, come dimostra il recente disegno di legge portato all’attenzione dell’aula di Montecitorio grazie all’impegno della parlamentare M5S Federica Daga. È giusto ricordare che le reti idriche italiane sono di proprietà pubblica – come stabilito dall’art. 23 bis co. 5 del d.l. 112/2008 e ribadito dalla Corte Costituzionale con sentenza 320/2011 – ed è vietata la loro cessione a soggetti privati, anche se la società avesse capitale interamente pubblico. In realtà , in base all’art. 23 bis del d.l. 112/2008, «la loro gestione può essere affidata a soggetti privati». È proprio questo controverso aspetto legislativo a creare confusione e disuguaglianze. Come spesso accade in Italia la situazione varia da regione a regione, con modelli più o meno virtuosi a seconda delle disponibilità finanziarie. Alle amministrazioni regionali viene sostanzialmente data carta bianca sulle modalità di gestione del servizio. Le difficoltà riscontrate in Emilia Romagna e in Toscana rappresentano due casi emblematici, che raccontano di un referendum nato zoppo. Il dialogo tra i comitati pro-pubblicizzazione dell’acqua e alcune regioni non è mai decollato, creando una situazione di incertezza, sintomo di un sistema farraginoso in cui la volontà popolare passa in secondo piano.

Il risultato è un progressivo aumento dei pacchetti azionari delle società che si fanno carico dello smistamento delle acque nelle case dei cittadini, con una consequenziale riduzione delle quote detenute dai singoli comuni. Il rischio è quello di concentrare nelle mani di pochi l’amministrazione di un bene tanto prezioso. Secondo i dati di Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende – pubbliche e private – operanti nei servizi pubblici dell’acqua, il 53% della popolazione residente in Italia riceve un servizio erogato da società interamente pubbliche, il 32% da società miste a maggioranza o controllo pubblico, il 12% direttamente dall’ente locale, il 2% da società private e l’1% da società miste a maggioranza o controllo privato. Tradotto, si può dire che Gli italiani serviti da aziende che vedono soggetti privati tra i loro azionisti, anche minoritaria o minima, sono poco più di 20 milioni, su un totale di 60 milioni di abitanti gli italiani serviti da aziende che vedono soggetti privati tra i loro azionisti, anche minoritaria o minima, sono poco più di 20 milioni, su un totale di 60 milioni di abitanti. Nonostante i numeri apparentemente ridotti, esiste un vero e proprio business dell’acqua, con holding e società per azioni che lucrano sulla distribuzione delle risorse idriche.

In Italia, i colossi del settore sono quattro e hanno puntato su un modello più industriale nella gestione dell’acqua, basato su un azionista di riferimento rappresentato dal settore pubblico, affiancato da gruppi privati con quote minoritarie. Acea, Hera, Iren e A2a sono le “big four” quando si parla di servizio idrico. Insieme, queste quattro aziende miste arrivano a servire da sole oltre 15 milioni di italiani su tutto il territorio nazionale. Ma il divario tra Nord e Sud è ancora consistente. Sempre Secondo i dati di Utilitalia, le dispersioni idriche toccano la quota del 51% nel meridione, a fronte di una media nazionale che non supera il 41% secondo i dati di Utilitalia, le dispersioni idriche toccano la quota del 51% nel meridione, a fronte di una media nazionale che non supera il 41%. Occorrono massicci investimenti, non solo nelle infrastrutture, ma anche nel settore organizzativo e gestionale.

Un altro ostacolo è rappresentato da tempo dalle infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore privato della gestione dell’”oro blu”. La Sicilia è una delle regioni più soggette a questo tipo di situazioni, come dimostrano le numerose segnalazioni e denunce da parte di comitati ed esponenti politici. Si tratta di un problema arcaico per le regioni del Sud Italia e si può forse definire il primo esperimento di gestione mafiosa della “privatizzazione” dell’acqua. Già nel 1930 Ignazio Silone nel suo romanzo Fontamara, considerato il manifesto meridionalista del secolo scorso, denunciava la pericolosità di un pieno o parziale controllo privato di un bene pubblico come l’acqua. Da allora, come è ovvio, sono cambiate diverse cose, ma il rischio è che ancora oggi la fascia di popolazione con una ridotta disponibilità economic – i “cafoni” come li chiamava Silone – debba versare esosi tributi al potente di turno per poter aprire i rubinetti.