Abbiategrasso. Ore 18 di una domenica di inizio marzo. Il tempo, che durante tutta la settimana appena trascorsa sembrava anticipare l’imminente primavera, inizia ad incupirsi: all’orizzonte iniziano ad accumularsi grosse nuvole cariche di pioggia. Un tetro umore meteorologico che si specchia, migliaia di metri più in basso, nelle vie e piazze di questa cittadina alle porte di Milano.

È da ormai una settimana, da quando i telegiornali hanno cominciato a sparare a ripetizione come una mitragliatrice Gatling le prime notizie sulla diffusione del coronavirus in Italia, che la linfa vitale dell’intero paese sembra sia stata prosciugata.Quello che, a seguito della raffica di notizie dei primi casi di contagio da Covid-19 in Italia, sta succedendo ad Abbiategrasso è lo stesso, identico copione che sta andando in scena nelle province di tutt’Italia Tra le strade deserte, al posto del classico chiacchiericcio dell’ora dell’aperitivo e delle risate dei bambini che si lanciano le ultime manciate di coriandoli per il carnevale appena passato, regna un silenzio surreale.

Le deboli luci che cercano di farsi strada tra le fessure delle serrande abbassate dei negozi chiusi lasciano spazio a quelle delle case nelle quali, praticamente tutti i 33mila abitanti di Abbiategrasso, si sono rintanati per difendersi dal contagio.

Un autoisolamento coatto che si è aperto con la selvaggia invasione e depredamento degli scaffali di tutti supermercati disponibili nei paraggi: l’unica cosa rimasta tra le corsie è ormai la tumbleweed rotolante tipica dei film western.

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Gli unici coraggiosi che, nel corso della giornata, hanno avuto il coraggio di uscire dai propri rifugi antivirali sono stati paradossalmente le persone che, stando alle notizie dei telegiornali, rischiano maggiormente il contagio: gli anziani. Nemmeno il pericolo di quello che il nostro ministro degli affari esteri, in un impeto di esterofilia del tutto fuori luogo, ha definito CORONAVAIRUS, ha fatto desistere questi fulgidi rappresentanti della gerontocrazia provinciale dal fare il loro consueto giro di ricognizione domenicale delle carte da morto.

Tra i “Ne danno il triste annuncio…” e gli “È mancato all’affetto dei suoi cari…” questi veri e propri scrutatori passivi di lutti, al suono di ogni ambulanza che parte dall’ospedale cittadino, levano quasi all’unisono un unico coro: “Speriamo che non stia uscendo per un contagiato!”.

Gli stessi funerali non riescono a passare indenni dal diffondersi del contagio e della paura di esso. Varie sono state infatti le esequie che, esattamente come le partite di calcio o gli show televisivi, sono state celebrate “a porte chiuse” e alla presenza “solo dei parenti più stretti”.

20200302_190833-01Nemmeno Dio è stato lasciato in pace dal contagio. I suoi appuntamenti settimanali coi propri fedeli, altresì detti Messe, hanno subito drastici tagli nelle proprie “scalette”: via tutte le letture, i canti e gli atti penitenziali. I soli superstiti sono alcune brevi orazioni, la comunione e la conclusiva benedizione dei fedeli. Tempo totale del rito: 5 minuti e mezzo.

La castratura della prima messa di Quaresima «è stata fatta, come in tutto il resto del nord Italia – secondo le parole dello stesso parroco – per evitare che eventuali contagiati possano trasmettere, tramite la prolungata permanenza in un ambiente chiuso come la nostra parrocchia, l’ormai famigerato coronavirus».

Parole che certo hanno dato conforto ai fedeli i quali, seduti sulle sedie e panche tra le navate della chiesa, si lanciano torve occhiate d’accusa degne del miglior Clint Eastwood nei panni dell’Ispettore Callaghan.

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Quello che, a seguito della raffica di notizie dei primi casi di contagio da Covid-19 in Italia, sta succedendo ad Abbiategrasso è lo stesso, identico copione che sta andando in scena nelle province di tutt’Italia. Uno script che narra della consuetudine sonnolenta di una provincia che, scossa da una vera e propria emergenza sovranazionale come quella relativa alla diffusione del coronavirus, sfocia in una vera e propria ondata di panico, che oltre a far correre i propri cittadini al riparo come durante un’apocalisse zombie, fa riflettere su quanto la paura possa creare un costante sottofondo di tensione e nervosismo anche nei posti apparentemente più tranquilli del mondo.